mercoledì 4 novembre 2009

Ritorsioni cattoliche

«Adesso temo i talebani cattolici»
La famiglia che ha vinto la causa. I figli: botte in classe dopo la prima sentenza
Dal Corriere della Sera
DAL NOSTRO INVIATO

ABANO TERME (Padova) — Molti anni fa c’era un bambi­no di nome Massimo che anda­va a messa insieme al nonno. Nella tasca del cappotto stringe­va l’ultimo numero di Tex, non si separava mai dai fumetti del più famoso ranger del West. Ar­rivato sul sagrato, fissando il crocifisso che domina la vec­chia chiesa di Abano Terme, il bimbo chiese quale fosse la dif­ferenza tra noi bianchi e gli in­diani che nei fumetti danzano intorno a un totem invocando la pioggia. Il nonno, che si chia­mava Dataico, antico nome ve­neto, se la prese moltissimo. Rimproverò aspramente il nipo­te, gli disse che non doveva più bestemmiare il nome di nostro Signore. C’è sempre un momento fon­dante, per le passioni forti e il loro opposto. L’anziano e pio ca­pofamiglia non poteva immagi­nare che quel rimbrotto era in realtà un seme ateista piantato nel cuore del Veneto, bianco per definizione. Alto e magro, Massimo Albertin ha il pizzetto bianco alla Kit Carson ma inve­ce della pistola maneggia due te­lefoni cordless che suonano in continuazione. Travolto da im­provvisa notorietà, lui e la sua famiglia.

«Questa sentenza — dice — stabilisce che l’Italia è un Paese fuori dall’Unione euro­pea ma dentro quella vaticana». La firma sul ricorso è quella di sua moglie, Soile Lautsi, nata in Finlandia, cittadina italiana dal 1987, perché l’avvocato pre­feriva che il ricorrente non fos­se la stessa persona che al Con­siglio d’istituto della scuola me­dia «Vittorino da Feltre» aveva messo ai voti la rimozione del crocifisso dalle aule, cioè lui. Era il 2002, la proposta venne respinta con perdite, 12 a 3. Ma la lunga marcia dei ricorsi è co­minciata allora. «Dicono che sono un fanatico, ma è solo un modo per ribaltare la verità. Ho fatto una batta­glia civile. Se io a casa insegno ai miei figli che l’uomo è figlio del­l’evoluzione, e poi a scuola un professore sostiene invece che siamo tutti figli di Dio, quel crocifisso che sta alle sue spal­le gli conferisce una autorità superiore al­la mia. Un’ingiusti­zia ». Il dottor Albertin, medico dell’ospedale di Abano, ha una famiglia bella e unita. Per via di quella firma, gli insulti su blog e forum se li becca Soile («Torna tra le renne, str...»).

Danno la colpa allo straniero, ma quel ricorso è la somma del­le convinzioni di genitori e fi­gli. L’orizzonte è costellato di campanili. Gli interni della vil­letta dall’intonaco rosa sembra­no invece un Bignami del rigo­roso design finlandese. Corri­doi con luci soffuse a mezza pa­rete, biblioteche in spesso le­gno azzurro. Sugli scaffali l’ope­ra omnia di Charles Darwin e Piergiorgio Odifreddi. Una gran­de living room dominata da un camino. Sul tavolo al centro del­la sala c’è una copia di Dio non è grande , di Christopher Hi­tchens. Accanto, Lo schiavo bianco , l’ultima avventura di Tex. Soile è timida, non vuole ap­parire. «Certo che sono conten­ta. Una sentenza giuridica e non filosofica che dimostra co­me lo Stato italiano sia tutt’al­tro che laico». Il figlio maggiore è chiuso in camera a smanetta­re su Internet nonostante il pa­dre lo implori di lasciare libera la linea telefonica. Ha 21 anni, si chiama Dataico. Come il bi­snonno. Il giovane Sami invece controlla le notizie e aggiorna il padre. «Papà è un moderato. Mamma è molto dura, io e mio fratello ancor di più. In classe, alle medie, c’erano tre crocifis­si. Ovunque ti giravi, ti sentivi osservato».

Studia Scienze poli­tiche, ha 19 anni. Occhi azzurri, capelli lunghi fino a metà schie­na. Indossa una felpa nera e la maglietta dei Taras Betoni, ce­mento armato in finlandese. He­avy metal, la sua passione. Sic­come è un ragazzo sveglio pre­cisa che il filone satanico del rock non gli interessa. Suo padre si è sbattezzato lo scorso ottobre. È iscritto al­l’Unione atei e agnostici raziona­listi fin dalla fondazione. Chia­ma per complimentarsi l’amico Luigi Tosti, il magistrato che vuole togliere il crocifisso dalle aule giudiziarie. Massimo rila­scia interviste a getto continuo. Sempre al telefono, mai in vi­deo. Non accetta di farsi fotogra­fare. «Non voglio essere preso di mira dai talebani cattolici». In questi anni ha ricevuto lettere minatorie. Sami racconta che al liceo, quando il Tar respinse il ri­corso, alcuni compagni lo cir­condarono dicendogli «ateo di m...». Finì a botte. Arriva l’enne­sima telefonata per papà. Che in­serisce il disco automatico. «Non sono interessato alle rea­zioni della Chiesa... Bersani? Non mi sento offeso, ma discri­minato... Questa è la posizione di tutta la mia famiglia, anche dei figli, certo...». Sami annuisce e ride: «Soprattutto dei figli».

Marco Imarisio
04 novembre 2009
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martedì 3 novembre 2009

La Corte europea: no ai crocefissi.

La Corte europea dei diritti dell'uomo:«No al crocefisso nelle aule scolastiche»
L'Italia presenterà ricorso. Vaticano: «dobbiamo valutare la sentenza».
Il ricorso presentato da un'italiana di origine finlandese. Gelmini: «È un simbolo della nostra tradizione»
Dal Corriere della Sera

MILANO - La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo accogliendo il ricorso presentato da una cittadina italiana. Il giudice Nicola Lettieri, che difende l'Italia davanti alla Corte di Strasburgo, ha reso noto che il governo italiano ricorrerà contro la sentenza. Se la Corte accoglierà il ricorso, il caso verrà ridiscusso nella Grande Camera. Qualora non dovesse essere accolto, la sentenza diverrà definitiva tra tre mesi, e allora spetterà al Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa decidere entro sei mesi, quali azioni il governo italiano deve prendere per non incorrere in ulteriori violazioni. Il Vaticano assume invece una posizione attendista: «Dobbiamo valutare la sentenza».

LA RICORRENTE - Lei è Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiesto all'istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule in nome del principio di laicità dello Stato. Dalla direzione della scuola era arrivata risposta negativa e a nulla sono valsi i successivi ricorsi della Lautsi. A dicembre 2004 il verdetto della Corte Costituzionale, che ha bocciato il ricorso presentato dal Tar del Veneto. Il fascicolo è quindi tornato al Tribunale amministrativo regionale, che nel 2005 ha a sua volta respinto il ricorso, sostenendo che il crocifisso è simbolo della storia e della cultura italiana e di conseguenza dell'identità del Paese, ed è il simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza e del secolarismo dello Stato. Nel 2006, il Consiglio di Stato ha confermato questa posizione. Ma ora la storia si ribalta: i giudici di Strasburgo, interpellati dalla Lautsi nel 2007, le hanno dato ragione, stabilendo inoltre che il governo italiano dovrà versarle un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. Si tratta della prima sentenza della Corte di Strasburgo in materia di simboli religiosi nelle aule scolastiche.

LA SENTENZA - «La presenza del crocefisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche - si legge nella sentenza dei giudici di Strasburgo - potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso. Avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione». Tutto questo, proseguono, «potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose o sono atei». Ancora, la Corte «non è in grado di comprendere come l'esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana». I sette giudici autori della sentenza sono Francoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajò (Ungheria), e Isil Karakas (Turchia).

VATICANO, DOBBIAMO VALUTARE SENTENZA - Il Vaticano vuole leggere la motivazione, prima di pronunciarsi sulla sentenza della Corte europea di Strasburgo. «Credo che ci voglia una riflessione, prima di commentare», ha detto padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede. Ha aggiunto monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti: «Preferisco non parlare della questione del crocefisso perché sono cose che mi danno molto fastidio».

COMMENTI - Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini (Pdl): «La presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione». Pier Ferdinando Casini, leader dell'Udc: «È la conseguenza della pavidità dei governanti europei, che si sono rifiutati di menzionare le radici cristiane nella Costituzione europea. È il segno dell'identità cristiana dell'Italia e dell'Europa». Paola Binetti (Pd): «Spero che la sentenza sia semplicemente orientativa, che si collochi cioè nel rispetto delle credenze religiose». Il ministro delle Politiche agricole Luca Zaia (Lega): «Mi schiero con chi si sente offeso da una sentenza astratta e fintamente democratica e che offende i sentimenti dei popoli europei nati dal cristianesimo». Raffaele Carcano, segretario nazionale dell'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti: «Un grande giorno per la laicità italiana. Siamo dovuti ricorrere all`Europa per avere ragione, ma finalmente la laicità dello Stato italiano trova conferma». Piergiorgio Bergonzi, responsabile scuola dei Comunisti italiani: «È un forte monito per riaffermare il valore della laicità della scuola e dello Stato». Alessandra Mussolini: «A questo punto è urgente e necessario inserire le radici cristiane nella Costituzione italiana». Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista: «Esprimo un plauso per la sentenza: uno Stato laico deve rispettare le diverse religioni, ma non identificarsi con nessuna». Vincenzo Vita (Pd), vice presidente della commissione Cultura del Senato: «La sentenza non delegittima la religione cattolica, ma la riconsegna a una spiritualità che non ha bisogno di simboli esibiti in luoghi non adibiti al culto».

03 novembre 2009
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mercoledì 28 ottobre 2009

Melzo, in tre chiedono di abortire: il primario urla in corsia: "Assassine"

Si dice che in Lombardia la sanità sia in mano a Comunione e Liberazione (detta anche Comunione e Fatturazione...). Questo è il simpatico risultato.

"Assassina, sta uccidendo suo figlio", ha urlato Leandro Aletti, responsabile di Ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Melzo (Milano) e noto antiabortista, simpatizzante di Comunione e liberazione, a ciascuna delle tre donne, dai 27 ai 36 anni, che avevano scelto quella struttura pubblica per abortire
Da Repubblica - Milano
Di Ilaria Carra
Avevano deciso di abortire. Ma una volta all’ospedale, per gli accertamenti preliminari all’interruzione di gravidanza, il primario, obiettore di coscienza, le ha umiliate nel corridoio del reparto, davanti al personale e alle degenti. «Assassina, sta uccidendo suo figlio», ha urlato Leandro Aletti, responsabile di Ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Melzo e noto antiabortista, simpatizzante di Comunione e liberazione, a ciascuna delle tre donne, dai 27 ai 36 anni, che avevano scelto quella struttura pubblica per abortire.

L’aggressione verbale è riportata nella denuncia per ingiuria presentata al giudice di pace di Cassano d’Adda: «Il primario, noto antiabortista, ci ha insultate e diffamate — denunciano le donne — offendendo il nostro decoro e arrecandoci un danno morale». Dopo due rinvii, a dicembre si terrà l’udienza sul caso. Anche se entrambe le parti stanno cercando un accordo per evitare di arrivare al processo. Con il primario che, sebbene il suo avvocato Mario Brusa parli di un «fraintendimento tra le parti», sarebbe pronto a firmare una lettera di scuse e chiarimenti per archiviare l’accaduto. La direzione sanitaria ha già presentato le sue scuse.

Sotto accusa è anche la procedura che prevede di compilare la cartella clinica, preliminare all’aborto, in un atrio lungo la corsia del reparto. Pratica a cui nella struttura, si dice, si ricorre quando la sala visite è occupata, ma che in sostanza comporta la violazione della privacy delle donne. «Mentre iniziavamo il colloquio con il medico di turno venivamo accostate dal primario che ci aggrediva con insulti ad alta voce — si legge nel ricorso — così tutti i presenti venivano edotti della ragioni della nostra presenza nel reparto rendendo di pubblico dominio una scelta delicata e assolutamente personale».

Un episodio «lesivo della nostra dignità», tanto che una delle tre donne sarebbe stata anche identificata da una conoscente che passava di lì. «Le muove l’umiliazione subita in un momento delicato che nessuna donna affronta a cuor leggero», commenta l’a vvocato delle denuncianti, Ilaria Scaccabarozzi. La direzione dell’o spedale di Melzo precisa che in tema di accoglienza a chi vuole abortire «la paziente viene sottoposta alla raccolta dei dati sanitari e di degenza all’interno degli spazi deputati come previsto dal regolamento sulla privacy».

(27 ottobre 2009)

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martedì 27 ottobre 2009

Radio Padania: "I trans sono cessi immondi"

Dal blog di Daniele Sensi
martedì 27 ottobre 2009
Radio Padania, "I trans sono cessi immondi, aborti della natura"
Consiglio la lettura del bel post di Daniele Sensi sul suo blog "L'anticomunitarista"
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lunedì 26 ottobre 2009

Era ora: Gentilini condannato

Treviso, «Gentilini istiga al razzismo»
Comizi vietati per lo "sceriffo" della Lega

Il vicesindaco condannato dal Tribunale di Venezia al silenzio pubblico per almeno tre anni
Dal Corriere della Sera

TREVISO - Era lo «sceriffo» di Treviso, ora non potra più parlare a comizi politici. Giancarlo Gentilini, vicesindaco di Treviso, leghista della prima ora, è stato condannato dal Tribunale di Venezia per aver usato parole troppo forti contro gli immigrati e contro la possibilità di aprire moschee in Italia. Gentilini aveva detto la sua dal palco del raduno della Lega di Venezia nel 2008. Parole forti, come è nel costume dello «sceriffo», già noto alle cronache per le sue esternazioni colorite. Ne era seguita una denuncia con l'accusa di istigazione al razzismo.


LA CONDANNA - Il Tribunale di Venezia, in rito abbreviato, ha accolto la tesi dell'accusa condannando Gentilini a 4 mila euro di multa e sospensione per tre anni dai pubblici comizi. L'accusatore era il procuratore Vittorio Borraccetti che aveva chiesto 6 mila euro di multa pari a 1 anno e 5 mesi di reclusione.

LA DIFESA - Il difensore di Gentilini, avvocato Luca Ravagnan, ha già annunciato ricorso in appello sostenendo che «non c'era alcuna maliziosità contro le razze ma il sostegno ad idee ben note nel mio assistito finalizzate all'integrazione tra etnie diverse». Gentilini sostiene di essere sempre pronto ad esporsi in prima persona «mentre c'è sempre qualcuno pronto a spararmi alle spalle». Il vicesindaco di Treviso quest'anno ha partecipato, acclamatissimo, al raduno veneziano di settembre, ma non ha parlato dal palco.

26 ottobre 2009
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sabato 24 ottobre 2009

Simpatiche parrocchie...

Discovery of ‘genocide’ priest taints Vatican
Dal Times
Jon Swain
THE Vatican has come under renewed pressure to purge its ranks of suspected killers after a second Rwandan Catholic priest accused of involvement in the 1994 genocide was found to be working in Italy under an assumed name.
An international arrest warrant is being prepared by Rwanda for Father Emmanuel Uwayezu following the discovery that he is working in a parish at Empoli, near Florence. It will accuse him of direct complicity in the massacre of more than 80 students, aged from 12 to 20, at a Catholic school where he was headmaster.

One of the few survivors lives in Britain. She still has nightmares and is too afraid to be identified by name. Last week she identified Uwayezu and described how he brought soldiers to the school at Kibeho and conspired with them to have the Tutsi students killed.

“He seemed to be happy with what he was doing. He told us to stay in the classroom. Some people who were working in the kitchen were shot in front of his eyes but he did not say a word. Others were hacked to death, raped or buried alive,” she said. “Now Uwayezu is enjoying his life. Is he really a father [priest]?”

Uwayezu denied taking part in the genocide and said he had tried to save the students. He said their deaths still haunted him. He is a Hutu like another notorious Rwandan priest, Athanase Seromba, who joined the campaign to exterminate Rwanda’s Tutsi minority and who also ended up in Florence.

After the genocide they both escaped to Italy with the help of Catholic supporters and began new lives as priests with the approval of Florence’s archbishop. Seromba, who was found in Italy by The Sunday Times, is serving a life sentence after being convicted of slaughtering 2,000 of his parishioners by bulldozing his church as they cowered inside. He was the first priest to be tried by a United Nations war crimes tribunal for genocide and crimes against humanity.

For a long time the Vatican had vigorously proclaimed his innocence. It also questioned the objectivity of a Belgian court that had given two Rwandan Benedictine nuns long jail sentences for genocide.

It remains to be seen how it will react in Uwayezu’s case. He has modified his name slightly and is known to his parishioners as Wayezu.

In Rwanda in 1994, the Catholic church was the most powerful institution after the government, but some senior members sided openly with the Hutu extremist government and the church hierarchy failed to prevent the slaughter. In 100 days of killing, 800,000 members of the Tutsi minority were massacred. Some priests and nuns sided with the Hutu militias and joined in the slaughter.

Yesterday Rakiya Omaar, the director of African Rights, a human rights organisation that has investigated the genocide and which has issued a comprehensive report on Uwayezu’s activities during the genocide, called on the Catholic church and the Italian and Rwandan authorities to conduct their own investigation.

“All concerned will have drawn lessons from the Seromba case,” she said. “Denials and dismissals by the Catholic church eventually led to his conviction and imprisonment for the remainder of his life.”
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Sindaco cattolico non celebra matrimoni civili

Anche qui, in Francia sarebbe stato buttato in una discarica...ma diamo tempo al tempo, n'est-ce pas

Sindaco obiettore: «Sono cattolico,non celebro matrimoni civili»
Da Corriere della Sera - Milano
A Sedriano, vicino a Magenta, nel milanese. Al­fredo Celeste, 56 anni, inse­gnante di religione: «Per me le nozze sono quelle davanti a Dio, punto»

Il matrimonio civile non s'ha da fare. O meglio, il sin­daco non lo celebrerà, né og­gi, né mai. A Sedriano, paese di 11 mila abitanti vicino a Magenta, il sindaco ha fatto «obiezione di coscienza». Al­fredo Celeste, 56 anni, inse­gnante di religione eletto nel giugno scorso nelle file del Pdl, ha deciso di non unire mai nessuno in matrimonio durante il suo mandato. A far­lo ci penserà il consigliere de­legato alle pubbliche relazio­ni, Antonella Pigliafreddo, op­pure uno degli altri membri dell'assise. Il motivo della scelta? La sua fede cattolica. «Io insegno religione — spiega Celeste —. Non posso dare certi insegnamenti in classe e poi non applicarli nel­la vita. Per me il matrimonio è quello davanti a Dio, punto. Inoltre, per i cittadini non cambia niente, le nozze sono celebrate da un altro membro dell'amministrazione». La de­cisione del sindaco finora non ha creato proteste. Le due coppie che si sono sposa­te in questi mesi non hanno fatto obiezioni. D'altronde, non è neppure necessario che sia un amministratore a celebrare il rito civile. La leg­ge dice che chiunque può far­lo, anche un parente o un ami­co della coppia, basta che sia­no maggiorenni.

«Il rito civi­le è comunque un'unione d'amore, non ne metto in dubbio il significato, ma è una questione di coerenza. Io non rinuncio alle mie convin­zioni», sottolinea il sindaco, sposato e con una figlia. Sulla sua «obiezione di coscienza», la curia di Milano preferisce non esprimersi. Per il parro­co, don Luigi Brigatti «è una scelta della sua coscienza e co­me tale va rispettata, che la si condivida o meno. L'impor­tante è che il rito civile sia co­munque garantito».

Non si tratterebbe comunque del pri­mo caso. Altri sindaci non lo dicono apertamente, ma evi­tano di celebrarli il più possi­bile, delegando volta per vol­ta qualcun altro al loro posto. «Vedute opposte, per quan­do mi riguarda — attacca Marco Re, consigliere d'oppo­sizione del Pd. Re è cattolico praticante e è stato sindaco per dodici anni —. Ho cele­brato almeno cento matrimo­ni civili, cercando di delegare il meno possibile. Non ho mai pensato di commettere un atto contro la mia fede. Il rito civile è un atto positivo, che tutela molto di più la cop­pia rispetto a una semplice convivenza». L'obiezione di coscienza? «Una scelta inte­gralista non condivisibile».

Giovanna Maria Fagnani
24 ottobre 2009
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E anche da noi si svegliano ("Il negazionista", puntata n. 2)

Una mattina, si son svegliati! (potenza dello sputtanamento mediatico...)

Lo scandalo del prof negazionista. Il rettore: "Vada a Dachau"
Da Repubblica
Antonio Caracciolo è docente di Filosofia del diritto
Alemanno: "Accertamenti anche sull'iscrizione a Forza Italia".
La Sapienza annuncia provvedimenti dopo l'articolo di Repubblica. La Comunità ebraica: "Solo in Italia personaggi del genere non vengono puniti"
di Marco Pasqua
Foto: Luigi Fratti, rettore della Sapienza
ROMA - Dalla comunità ebraica romana al rettore, sono durissime le reazioni alle tesi negazioniste del ricercatore Antonio Caracciolo, docente di filosofia del diritto alla Sapienza di Roma. Il rettore della Sapienza Luigi Frati, invita "il professore ad andare a Dachau". La Comunità ebraica romana preannuncia un'iniziativa legale: "Ci sono molti "signor nessuno" - dice il presidente, Riccardo Pacifici, parlando da Israele - che pensano di aver una ribalta e una notorietà cercando di sorprendere o di stupire. Questi signori devono sapere che i tempi dell'indignazione della protesta non hanno più senso. L'Italia. l'Europa le Nazioni Unite hanno fatto propria la lezione della Shoah a tal punto che il 27 gennaio, Giornata della Memoria è celebrata ovunque. Questi "signori" in alcuni paesi europei, purtroppo ancora non in Italia, sono perseguiti dalla legge per le tesi che sostengono. Ed è per questo che, come abbiamo fatto con altri, adiremo le vie legali".

Il sindaco, Gianni Alemanno, che domenica volerà ad Auschwitz nell'ambito dell'iniziativa del Viaggio della Memoria, chiede che si prendano provvedimenti: "Mi attiverò con il rettore - ha spiegato - affinché il professore venga sospeso. Chiederò ovviamente accertamenti. Ho letto che è anche iscritto a un club di Forza Italia. Faremo verifiche anche in questo senso". Per Alemanno il professore "o è in malafede o non ha nessun fondamento culturale". Gli risponde subito Frati, che preannuncia provvedimenti: "Ringrazio il sindaco per la sollecitudine in questa circostanza. Ci stiamo attivando per valutare un provvedimento disciplinare nei confronti di Caracciolo".

Il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, si dice certo che "sarà l'università stessa a reagire": "Le notizie apparse oggi su Repubblica sono la drammatica conferma di quello che diciamo da tempo: la nostra missione è evitare che la memoria diventi storia e che si perda la forza che deve avere la comprensione dei fatti storici. La cosa che più mi preoccupa è che ci sono tanti casi di negazionismi non affermati con questa spudoratezza ma che vivono nell'ambiguità di posizioni di non coerenza, che sono anche peggiori di chi si assume la responsabilità di dirlo".

Tra quanti chiedono l'allontanamento del docente, Flavio Arzarello, coordinatore nazionale della Fgci, e il presidente del consiglio comunale di Roma, Marco Pomarici, secondo il quale "non è tollerabile che determinate affermazioni circolino liberamente nella più grande Università europea, per di più, in un corso dove si insegna la filosofia del Diritto. Simili teorie possono generare odio e recrudescenze di antisemitismo è di tutta evidenza quindi che Caracciolo non è adatto all'insegnamento e va allontanato".

L'importanza dell'educazione e della formazione dei giovani viene, invece, sottolineata dall'assessore capitolino alla Cultura, Umberto Croppi: "È necessario coltivare e approfondire il tema della memoria e la scuola riveste un ruolo fondamentale. Serve una presenza pedagogica su questo punto". Il sito "Informazione Corretta", che già seguiva i blog del docente, commenta: "In altri paesi sarebbe già stato condannato da un tribunale, in Italia no. La legge c'è, è la Mancino, ma non è mai stata applicata. Finirà a tarallucci e vino anche questa volta".

Interviene anche il presidente della Regione, Piero Marrazzo, che vorrebbe "poter guardare negli occhi questo professore", per potergli "trasmettere le immagini che io mi sono portato da Auschwitz, dallo Yad Vashem". E, sulla linea di quanto affermato da Frati, che aveva auspicato un viaggio del docente a Dachau, Marrazzo dice: "Vorrei che lui andasse a Birkenau ed entrasse nella stanza dei bambini". L'eco della notizia arriva anche al Festival Internazionale del Film, in corso a Roma e dove i fratelli Joel e Ethan Coen, nell'ambito della presentazione del loro ultimo lavoro, hanno commentato: "Mamma mia! Ci sono molti pazzi nel mondo, è molto strano sentire cose di questo genere in un contesto accademico".

Il docente non sembra voler arretrare rispetto alle sue posizioni: "Mi sento in una botte di ferro, io sono un ricercatore e ho l'obbligo e il diritto di ricerca". Parla di un "attacco" da parte dei "sionisti", e chiama in causa gli "avversari di 'Informazione corretta', un gruppo sionista il quale ritiene che a prescindere da tutto bisogna sempre essere favorevoli a Israele". "Ai miei studenti - dice a proposito della sua attività accademica - insegno a ragionare. Ne ho pochi, meno di una decina, perché Scienze politiche non è molto frequentata, il programma di quest'anno verte su un libro di Carl Schmitt che io ho tradotto, quindi non tratto i temi dell'Olocausto". Caracciolo ci tiene anche a sottolineare di aver tradotto e curato, con un propria prefazione, diversi libri del giurista e filosofo politico tedesco Carl Schmitt, sostenitore del regime nazista.
(22 ottobre 2009)

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Abbiamo anche il negazionista nostrano!!!

Stiamo finalmente diventando civili, abbiamo anche noi i nostri negazionisti. Peccato che questi in Francia li sbattano fuori dalla pubblica amministrazione, ma pazienza. Diamo tempo al tempo, che andiamo bene...

"Lo sterminio degli ebrei è una leggenda": prof negazionista, shock alla Sapienza
Da Repubblica
di Marco Pasqua
Foto: Antonio Caracciolo

DEFINISCE l'Olocausto una "leggenda" sulla quale esistono "solo verità ufficiali non soggette a verifica storica e contraddittorio". Una "leggenda" usata "per colpevolizzare moralmente i popoli vinti". Anche le camere a gas, "ammesso e non concesso che queste siano mai veramente esistite", sono una delle tante verità "da verificare".
Come "i sei milioni di morti nei campi di concentramento". È la Storia reinterpretata secondo i folli principi del negazionismo, e che sembra trovare terreno fertile nel pensiero e nei blog gestiti da Antonio Caracciolo, un ricercatore 59enne di filosofia del diritto dell'università La Sapienza. Secondo il sito ufficiale del dipartimento di teoria dello Stato è ricercatore, anche se lui dice di essere "professore aggregato".

Sentito telefonicamente Caracciolo non smentisce la propria difesa del negazionismo, anzi, ne fa una questione di principio affermando "il diritto dei negazionisti di poter esprimere le loro idee, senza finire in carcere". C'è da chiedersi, allora, se tra i suoi studenti o le persone che lo leggono qualcuno si sia mai ribellato. "Ho subito minacce, ricevuto insulti, ma non mi interessa. Vado avanti: sono pronto a discuterne con chiunque". E continua: "A chi mi dice che sono antisemita rispondo così: non ho mai capito il significato di questa parola". Lo scorso anno accademico, Caracciolo ha tenuto un corso di filosofia del diritto, nell'ambito del corso di laurea di II livello in Studi Europei. Oltre a salire in cattedra nel più grande ateneo d'Europa, si vanta di gestire ben 33 blog e si definisce coordinatore provinciale dei club di Forza Italia a Seminara (Reggio Calabria), avendone fondato uno nel 2003.

Sono due, in particolare, i siti sui quali questo ricercatore spiega perché si debba dare credito alle tesi negazioniste. In "Club Tiberino", parla a più riprese della Shoah, in paginate virtuali di offese alla memoria degli ebrei morti nei campi di concentramento. Pagine regolarmente citate e riprese dai siti della destra estrema. A proposito della Shoah, è disposto ad ammettere che "vi sia controversia storica sul numero dei morti di Auschwitz. Che siano sei milioni nessuno sembra più voglia seriamente sostenerlo. Che poi all'indubbia discriminazione e persecuzione di ebrei, zingari, omosessuali, disadattati, oppositori politici di ogni genere sia seguita in senso proprio anche la volontà di "sterminio" mediante "camere a gas" è cosa su cui io posso sospendere il giudizio in attesa di prove certe o in attesa di un mio personale ed informato convincimento".

Scende in campo, a più riprese, in difesa del negazionista Robert Faurisson, che nel maggio del 2007 suscitò proteste e sdegno perché invitato a tenere una lezione presso l'università di Teramo. E nell'ambito di questa Storia liberamente reinterpretata, viene fornita anche una lettura delle leggi razziali, condita di elementi antisemiti: "Le leggi razziali furono cose di 70 anni fa che si collocano in un contesto di 70 anni fa. Molti italiani, la stragrande maggioranza, hanno meno di 70 anni e quasi tutti gli italiani di oggi non hanno nessuna memoria diretta di quegli anni. A trarne profitto sono gli ebrei di età avanzata che sono diventati una sorta di eroi nazionali.

Vengono portati in giro nei convegni e nelle scuole per raccontare quello che ricordano o pensano di ricordare". Sempre secondo Caracciolo, gli ebrei trarrebbero profitto dalla figura di Erich Priebke, ex ufficiale delle SS, condannato all'ergastolo per l'eccidio delle Fosse Ardeatine: "Non si parli di giustizia e di giusta condanna, perché io non ne vedo di giustizia. Vedo solo vendetta. Mi chiedo cosa sarebbero gli ebrei romani senza i Priebke. Come potrebbero vivere senza nutrirsi della colpa altrui, o meglio della colpa che loro pensano il mondo intero abbia verso di loro. Su questa base fondano la loro tracotanza, la loro pretesa ad un risarcimento morale e materiale infinito".
22 ottobre 2009




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martedì 20 ottobre 2009

Razzismo: venghino in Italia, siori e siore, ce n'è per tutti!

Abbiamo visto ultimamente episodi razzisti nei confronti dei meridionali, dei musulmani, dei neri, dei gay.
Pardon, mancavano gli ebrei. Lor signori son serviti.


Da Il Corriere della Sera, sezione Roma
«Insulti razzisti da un bigliettaio Met.Ro» La denuncia di una passeggera ebrea
«Le parole dopo aver visto il mio bracciale con la stella di Davide». Il sindaco e l'azienda: commissione d'inchiesta


ROMA - Ingiurie razziali da un dipendente Me.Tro. È quanto denuncia una passeggera, Barbara Levi Carrisi, sostenendo che l'episodio sarebbe avvenuto domenica alle 11 nella stazione ferroviaria di Ostia Antica della linea Roma-Lido. «Dopo essermi presentata per acquistare quattro biglietti - racconta in una lettera indirizzata ai vertici della società Me.Tro e per conoscenza al sindaco di Roma Alemanno, al presidente della regione Lazio Marrazzo e al ministro dei Trasposti Matteoli - ho dato al bigliettaio, un giovanotto sulla trentina, una banconota da 50 euro. Subito si è messo a protestare perché non aveva il resto da darmi e poi sono partiti gli insulti con riferimento "agli ebrei pieni di soldi". Probabilmente il giovanotto ha notato il mio braccialetto con la stella di Davide. Non sapendo nulla di me e pertanto che non sono neppure ricca: avevo soltanto prelevato i soldi al bancomat poco prima».

I BIGLIETTI - «Il bigliettaio mi ha così detto - prosegue la donna - che avrei dovuto acquistare almeno 30 biglietti, se no non aveva il resto da dare. Mi sono opposta fermamente. Me li ha dati per forza ma io ne presi soltanto 4. Ho commentato che la proposta sarebbe andata bene per la trasmissione "Striscia la notizia". Ed è allora che il bigliettaio mi ha strappato letteralmente di mano i biglietti con una violenza e arroganza tale da spingermi a scrivervi per un formale reclamo. Non potendo attendere ulteriormente, ho chiesto 10 biglietti ma lui voleva obbligarmi a comperarne 25 e io ho detto "Più di 20 non ne prendo". Così me li ha sbattuti sul bancone e il resto è saltato fuori e senza nessun problema». «Vi invito, quindi, - conclude la passeggera - a fare in modo che in futuro nessun vostro operatore offenda i passeggeri per motivi di razza o religione, altrimenti mi vedrò costretta a denunciare, ai sensi della legge Mancino, chiunque si renda responsabile di reati riguardanti l'intolleranza religiosa e razziale».

«COMMISSIONE D'INCHIESTA» - Sia Me.Tro che il sindaco di Roma Gianni Alemanno hanno annunciato che istituiranno una commissione d’inchiesta per chiarire l’accaduto. «Ho dato immediata disposizione per istituire subito una commissione di inchiesta interna per appurare quanto denunciato dalla signora Barbara Levi Carrisi, alla quale va tutta la nostra solidarietà», ha dichiarato in una nota il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, sottolineando: "Verificheremo con attenzione il comportamento del personale in servizio alla stazione di Ostia Antica della Roma Lido e, qualora emergesse un comportamento razzista o anche solo non professionale, verranno assunti tutti i provvedimenti del caso».

19 ottobre 2009(ultima modifica: 20 ottobre 2009
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lunedì 19 ottobre 2009

Alé! Borghezio intervistato dagli ultradestri identitari francesi

Questi qui, per dire.
Uno spasso...
"Vive la Padanie!"

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Zaia: ora di religione cattolica a scuola obbligatoria per i musulmani

Siore e siori, ecco la nuova proposta del nostro allegro Ministro delle politiche agricole, il leghista Zaia Luca da Conegliano veneto. Che dire....

da Il Gazzettino
VENEZIA (17 ottobre) - Ora di religione cattolica obbligatoria per tutti gli studenti islamici: la proposta è del ministro dell'Agricoltura, il leghista Luca Zaia, che non solo boccia l'idea dell'ora di religione islamica a scuola avanzata da Adolfo Urso, ma rilancia.

«L'ora di religione cattolica obbligatoria per i musulmani nelle nostre scuole serve a far capire a loro perché noi siamo così - spiega Zaia - e quali sono i risultati del cristianesimo e cattolicesimo profondamente radicati nella nostra società. L'ora di religione islamica? Usando il linguaggio rugbystico, la proposta di Urso è una "mischia al centro". Il vero tema è obbligare gli islamici a studiare la nostra religione».

«Non è un processo di evengelizzazione - sostiene il ministro della Lega - ma di conoscenza e consapevolezza della nostra religione». Continua a leggere