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domenica 13 dicembre 2009
sabato 12 dicembre 2009
Io, nero italiano, e la mia vita a ostacoli
di Pap Khouma
© La Repubblica (12 dicembre 2009)
Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell'aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell'Italia del 2009?
Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai
rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così.
"Mi ha dato la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?".
"Come hai fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere.
Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato "cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza.
Perché non leggete cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma.... finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...".
L'obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario".
Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell'auto. D'istinto ho risposto: "Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri". E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.
In un'altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E' scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all'ora di punta. Un'altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso
la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: "Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina".
"Non è un ladro, è il mio compagno", si è sentita rispondere.
Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All'inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell'atrio: "Buongiorno!" o "Buona sera!". Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose.
Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: "Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!". "Chi ti ha fatto entrare?".
Nel settembre di quest'anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l'arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro.
Come sempre l'altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: "Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla... maleducato". Facevo notare all'anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: "Non dovete neppure stare in questo paese.
Tornatevene a casa vostra... feccia del mondo. La pagherete prima o poi".
Qualche settimana fa all'aeroporto di Linate sono entrato in un'edicola per comprare un giornale. C'era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un'altra cassa aperta.
Ho pagato e mi sono avviato verso l'uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: "Quell'uomo di colore ha pagato il giornale?". La cassiera ha risposto urlando: "Sì l'uomo di colore ha pagato!". Tornato indietro gli dico: "Non c'é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo". "Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?". Cercava di intimidirmi. "Un razzista!" gli dico. "Sì,
sono un razzista. Stia molto attento!". "Lei è un cretino", ho replicato.
Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di "pregiudizi al contrario", spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una "formula" fissa ma molto efficace: "Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui
è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni...".
Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un "extracomunitario" nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti.
Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già
furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: "Questo extracomunitario si comporta da prepotente!".
Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro.
Dopotutto, ho l'impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. "Noi non siamo abituati!", ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E' un alibi che non regge più dopo trent'anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane.
Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell'Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana.
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© La Repubblica (12 dicembre 2009)
Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell'aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell'Italia del 2009?
Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai
rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così.
"Mi ha dato la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?".
"Come hai fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere.
Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato "cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza.
Perché non leggete cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma.... finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...".
L'obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario".
Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell'auto. D'istinto ho risposto: "Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri". E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.
In un'altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E' scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all'ora di punta. Un'altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso
la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: "Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina".
"Non è un ladro, è il mio compagno", si è sentita rispondere.
Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All'inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell'atrio: "Buongiorno!" o "Buona sera!". Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose.
Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: "Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!". "Chi ti ha fatto entrare?".
Nel settembre di quest'anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l'arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro.
Come sempre l'altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: "Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla... maleducato". Facevo notare all'anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: "Non dovete neppure stare in questo paese.
Tornatevene a casa vostra... feccia del mondo. La pagherete prima o poi".
Qualche settimana fa all'aeroporto di Linate sono entrato in un'edicola per comprare un giornale. C'era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un'altra cassa aperta.
Ho pagato e mi sono avviato verso l'uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: "Quell'uomo di colore ha pagato il giornale?". La cassiera ha risposto urlando: "Sì l'uomo di colore ha pagato!". Tornato indietro gli dico: "Non c'é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo". "Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?". Cercava di intimidirmi. "Un razzista!" gli dico. "Sì,
sono un razzista. Stia molto attento!". "Lei è un cretino", ho replicato.
Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di "pregiudizi al contrario", spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una "formula" fissa ma molto efficace: "Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui
è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni...".
Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un "extracomunitario" nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti.
Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già
furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: "Questo extracomunitario si comporta da prepotente!".
Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro.
Dopotutto, ho l'impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. "Noi non siamo abituati!", ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E' un alibi che non regge più dopo trent'anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane.
Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell'Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana.
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venerdì 11 dicembre 2009
Il Cardinal Bertone: viva la Lega, viva Togliatti
Un colpo al cerchio, uno alla botte, e via!
Intervenendo ieri a un convegno sulla figura di don Sturzo, il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, ha elogiato la capacità di ramificazione della Lega Nord, sostenendo che “se si parla di presidio sul territorio, si deve constatare che un tempo questo aspetto era di stretto appannaggio dei vescovi e dei parroci. Ora, invece, è il partito della Lega ad essere radicato”. Rivolgendosi all’ex premier Massimo D’Alema, presente in sala, ha inoltre rivolto un omaggio anche al defunto leader comunista Palmiro Togliatti, definito “degno di un Padre della Chiesa” per aver pronunciato uno “splendido” discorso durante l’assemblea costituente (tra l’altro, proprio oggi il papa ha ricevuto in udienza il presidente del Vietnam Nguyen Minh Triet). A Bertone non sarebbe tuttavia piaciuto il rifiuto opposto dallo stesso D’Alema alla teoria del “diritto naturale” propugnata dalla Chiesa cattolica.
Vedi anche: Cardinal Bertone: “Togliatti? Quasi un padre della Chiesa”
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Intervenendo ieri a un convegno sulla figura di don Sturzo, il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, ha elogiato la capacità di ramificazione della Lega Nord, sostenendo che “se si parla di presidio sul territorio, si deve constatare che un tempo questo aspetto era di stretto appannaggio dei vescovi e dei parroci. Ora, invece, è il partito della Lega ad essere radicato”. Rivolgendosi all’ex premier Massimo D’Alema, presente in sala, ha inoltre rivolto un omaggio anche al defunto leader comunista Palmiro Togliatti, definito “degno di un Padre della Chiesa” per aver pronunciato uno “splendido” discorso durante l’assemblea costituente (tra l’altro, proprio oggi il papa ha ricevuto in udienza il presidente del Vietnam Nguyen Minh Triet). A Bertone non sarebbe tuttavia piaciuto il rifiuto opposto dallo stesso D’Alema alla teoria del “diritto naturale” propugnata dalla Chiesa cattolica.
Vedi anche: Cardinal Bertone: “Togliatti? Quasi un padre della Chiesa”
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giovedì 3 dicembre 2009
Borghezio fa lezione ai neonazisti francesi
Mario Borghezio, ospite d'onore del meeting organizzato da Nissa Rebela, movimento di estrema destra francese, tiene lezione sulle tecniche da utilizzare per riconquistare il potere, allo stesso modo della Lega Nord.
Da un documentario di Canal +
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Da un documentario di Canal +
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venerdì 27 novembre 2009
La preside non espone il crocifisso: multa
La preside non espone il crocifisso: il sindaco è pronto a multarla Da Repubblica - Palermo
di Salvo Intravaia
Palermo - Cinquecento euro di multa perché manca il crocifisso nel suo ufficio. E´ quello che rischia la preside dell´istituto comprensivo Reina di Chiusa Sclafani, dopo il blitz della polizia municipale di ieri mattina. Tutto inizia venerdì scorso, quando il sindaco del paese Francesco Di Giorgio (Pdl) fa notificare alla preside dell´istituto, Francesca Accardo, un insolito provvedimento in netta contrapposizione con la recente sentenza della Corte suprema di Strasburgo.
Il sindaco ordina di «mantenere il crocifisso nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici del comune di Chiusa Sclafani, come espressione dei fondamentali valori civili e culturali dello Stato italiano». «Il personale della polizia municipale - continua l´ordinanza - controllerà entro 15 giorni l´osservanza dell´ordinanza» e «ai trasgressori sarà applicata la sanzione di 500 euro».
Ieri mattina, parecchi giorni prima dei 15 ipotizzati nel provvedimento, al portone della scuola si presentano due vigili urbani. «Avrei anche potuto non farli entrare - dichiara la preside - ma come rappresentante delle istituzioni ho pensato che non fosse corretto». I due hanno fatto un rapido sopralluogo in tutte le classi e negli uffici amministrativi trovando il crocifisso al proprio posto.
«Ma quando sono entrati nella mia stanza mi hanno fatto notare che il crocifisso mancava», spiega la Accardo, che non riesce a darsi pace per «l´assurda ordinanza» e la celerità della visita. «Non riesco a spiegarmi - continua - i motivi del provvedimento e penso che adesso possano anche farmi la multa: nessuno ha toccato i crocifissi nelle aule e nelle altre stanze e, francamente, non mi ero neppure accorta che nel mio ufficio mancava».
Il capo d´istituto è letteralmente furibonda mentre racconta una storia che ha del surreale. «Penso di vivere in un paese democratico, non in una dittatura: vorrei continuare a lavorare serenamente come ho fatto in questi anni», conclude. E non intende darsi per vinta. Denuncerà l´accaduto al ministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini e al direttore dell´Ufficio scolastico regionale, Guido Di Stefano, sperando che prendano le sue difese. Intanto, si sta consultando con un legale.
L´istituto del piccolo paese in provincia di Palermo ospita 284 alunni di scuola dell´infanzia, primaria e secondaria di primo grado, trovandosi a fare i conti giornalmente con un bilancio sempre più magro. Anche perché dal Comune non arrivano i fondi che tutti gli enti locali dovrebbero erogare alle scuole: da due anni, il Comune non provvede ad erogare i fondi per il funzionamento e la manutenzione.
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di Salvo Intravaia
Palermo - Cinquecento euro di multa perché manca il crocifisso nel suo ufficio. E´ quello che rischia la preside dell´istituto comprensivo Reina di Chiusa Sclafani, dopo il blitz della polizia municipale di ieri mattina. Tutto inizia venerdì scorso, quando il sindaco del paese Francesco Di Giorgio (Pdl) fa notificare alla preside dell´istituto, Francesca Accardo, un insolito provvedimento in netta contrapposizione con la recente sentenza della Corte suprema di Strasburgo.
Il sindaco ordina di «mantenere il crocifisso nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici del comune di Chiusa Sclafani, come espressione dei fondamentali valori civili e culturali dello Stato italiano». «Il personale della polizia municipale - continua l´ordinanza - controllerà entro 15 giorni l´osservanza dell´ordinanza» e «ai trasgressori sarà applicata la sanzione di 500 euro».
Ieri mattina, parecchi giorni prima dei 15 ipotizzati nel provvedimento, al portone della scuola si presentano due vigili urbani. «Avrei anche potuto non farli entrare - dichiara la preside - ma come rappresentante delle istituzioni ho pensato che non fosse corretto». I due hanno fatto un rapido sopralluogo in tutte le classi e negli uffici amministrativi trovando il crocifisso al proprio posto.
«Ma quando sono entrati nella mia stanza mi hanno fatto notare che il crocifisso mancava», spiega la Accardo, che non riesce a darsi pace per «l´assurda ordinanza» e la celerità della visita. «Non riesco a spiegarmi - continua - i motivi del provvedimento e penso che adesso possano anche farmi la multa: nessuno ha toccato i crocifissi nelle aule e nelle altre stanze e, francamente, non mi ero neppure accorta che nel mio ufficio mancava».
Il capo d´istituto è letteralmente furibonda mentre racconta una storia che ha del surreale. «Penso di vivere in un paese democratico, non in una dittatura: vorrei continuare a lavorare serenamente come ho fatto in questi anni», conclude. E non intende darsi per vinta. Denuncerà l´accaduto al ministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini e al direttore dell´Ufficio scolastico regionale, Guido Di Stefano, sperando che prendano le sue difese. Intanto, si sta consultando con un legale.
L´istituto del piccolo paese in provincia di Palermo ospita 284 alunni di scuola dell´infanzia, primaria e secondaria di primo grado, trovandosi a fare i conti giornalmente con un bilancio sempre più magro. Anche perché dal Comune non arrivano i fondi che tutti gli enti locali dovrebbero erogare alle scuole: da due anni, il Comune non provvede ad erogare i fondi per il funzionamento e la manutenzione.
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Leghista difende il crocefisso bestemmiando

Crocifisso: leghista fa volantinaggio ma litiga e bestemmia
Genova, movimentata campagna per la raccolta di firme
27 novembre, 16:07
Da Ansa
GENOVA- Con in mano i volantini per difendere il crocifisso, un attivista della Lega Nord Liguria si é fatto scappare una serie di bestemmie stamani a Genova durante una animata discussione con un passante che la pensava diversamente. E' accaduto nella centrale Piazza De Ferrari, dove la Lega Nord ha allestito un gazebo per raccogliere firme per mantenere i crocifissi nelle scuole.
Verso le 11.20, un attivista del partito che distribuiva volantini ha iniziato a discutere animatamente con un passante che la pensava diversamente. In pochi secondi si è passati agli insulti e l'attivista, un uomo sui cinquant'anni, ha dato uno spintone all'altro, un uomo sui 60 anni. Sono intervenuti alcuni attivisti che hanno cercato di dividere i contendenti ma a quel punto il leghista ha perso il controllo e ha iniziato a urlare bestemmie tra lo stupore dei passanti. Sono intervenuti due agenti della Digos ai quali l'uomo ha spiegato di aver agito così perché da poco aveva perso il lavoro e l'altro gli aveva detto di "andare a lavorare".
L'episodio ha seguito un altro concitato scambio di opinioni in piazza stamani tra il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, e alcuni attivisti della Lega Nord, tra cui il segretario provinciale Edoardo Rixi, impegnati anche loro a distribuire crocifissi e a raccogliere firme a favore della loro presenza nelle scuole.
All'esterno di un gazebo era appeso un cartello con scritto che la Vincenzi è "molto legata alla comunita' islamica" e l'accusa di "non curarsi del suo popolo, ma dei nomadi e dei clandestini". Passando per la piazza il sindaco lo ha visto, si é diretta decisa verso il gazebo e ha detto: "fate le petizioni che volete, ma non dite falsita'".
Ne' e' nata una discussione molto animata con Rixi e alcune persone che si erano fermate a firmare e che l'hanno a loro volta accusata di "dare le case agli immigrati che rubano e di combattere contro il crocifisso". "Mettere poveri contro poveri è la cosa peggiore che si possa fare" ha replicato il primo cittadino, che sul crocifisso ha aggiunto: "io mi batto a favore della laicità dello Stato, ma non ho mai fatto battaglie 'contro' il crocifisso". Mentre era in corso la discussione sono arrivati anche una ventina di attivisti dei centri sociali che hanno intonato cori contro la Lega. E' intervenuta la polizia, che si è frapposta tra gli attivisti e il gazebo per evitare incidenti. Nel frattempo, il sindaco Vincenzi ha lasciato la piazza
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Genova, movimentata campagna per la raccolta di firme
27 novembre, 16:07
Da Ansa
GENOVA- Con in mano i volantini per difendere il crocifisso, un attivista della Lega Nord Liguria si é fatto scappare una serie di bestemmie stamani a Genova durante una animata discussione con un passante che la pensava diversamente. E' accaduto nella centrale Piazza De Ferrari, dove la Lega Nord ha allestito un gazebo per raccogliere firme per mantenere i crocifissi nelle scuole.
Verso le 11.20, un attivista del partito che distribuiva volantini ha iniziato a discutere animatamente con un passante che la pensava diversamente. In pochi secondi si è passati agli insulti e l'attivista, un uomo sui cinquant'anni, ha dato uno spintone all'altro, un uomo sui 60 anni. Sono intervenuti alcuni attivisti che hanno cercato di dividere i contendenti ma a quel punto il leghista ha perso il controllo e ha iniziato a urlare bestemmie tra lo stupore dei passanti. Sono intervenuti due agenti della Digos ai quali l'uomo ha spiegato di aver agito così perché da poco aveva perso il lavoro e l'altro gli aveva detto di "andare a lavorare".
L'episodio ha seguito un altro concitato scambio di opinioni in piazza stamani tra il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, e alcuni attivisti della Lega Nord, tra cui il segretario provinciale Edoardo Rixi, impegnati anche loro a distribuire crocifissi e a raccogliere firme a favore della loro presenza nelle scuole.
All'esterno di un gazebo era appeso un cartello con scritto che la Vincenzi è "molto legata alla comunita' islamica" e l'accusa di "non curarsi del suo popolo, ma dei nomadi e dei clandestini". Passando per la piazza il sindaco lo ha visto, si é diretta decisa verso il gazebo e ha detto: "fate le petizioni che volete, ma non dite falsita'".
Ne' e' nata una discussione molto animata con Rixi e alcune persone che si erano fermate a firmare e che l'hanno a loro volta accusata di "dare le case agli immigrati che rubano e di combattere contro il crocifisso". "Mettere poveri contro poveri è la cosa peggiore che si possa fare" ha replicato il primo cittadino, che sul crocifisso ha aggiunto: "io mi batto a favore della laicità dello Stato, ma non ho mai fatto battaglie 'contro' il crocifisso". Mentre era in corso la discussione sono arrivati anche una ventina di attivisti dei centri sociali che hanno intonato cori contro la Lega. E' intervenuta la polizia, che si è frapposta tra gli attivisti e il gazebo per evitare incidenti. Nel frattempo, il sindaco Vincenzi ha lasciato la piazza
giovedì 26 novembre 2009
Irish church and police covered up child sex abuse, says report
Dal Guardian
Devastating report on abuse of children by clergy from 1975 to 2004 accuses church and Garda of colluding to cover up scandal
Henry McDonald, Ireland correspondent
Ireland's police force colluded with the Catholic church in covering up clerical child abuse in Dublin on a huge scale, according to a damning report on decades of sex crimes committed by the country's priests.
The devastating three-volume report on the sexual and physical abuse of children by the clergy in Ireland's capital from 1975 to 2004 accuses four former archbishops, a host of clergy and senior members of the Garda Síochána of covering up the scandal.
It found that the "maintenance of secrecy, the avoidance of scandal, the protection of the reputation of the church and the preservation of its assets" was more important than justice for the victims of sexual and physical abuse.
Four former Archbishops in Dublin – John Charles McQuaid, who died in 1973, Dermot Ryan, who died in 1984, Kevin McNamara, who died in 1987, and retired Cardinal Desmond Connell – were found to have failed to report their knowledge of child sexual abuse to the Garda from the 1960s to the 1980s. But the report added that all the archbishops of the diocese in the period covered by the inquiry were aware of some complaints.
The report, launched today by the Irish justice minister, Dermot Ahern, also concluded that the vast majority of priests turned a "blind eye" to abuse, although some individuals did bring complaints to their superiors, which were not acted upon.
The report, commissioned by the government, strongly criticises the Garda and says senior members of the force regarded priests as being outside their investigative remit. The relationship between some senior gardai and priests and bishops in Dublin was described as "inappropriate".
Rather than investigate complaints from children, gardai simply reported the matter to the Dublin Catholic diocese, the report says. The Garda Síochána is accused of connivance with the church in stifling at least one complaint of abuse, and letting the alleged perpetrator flee the country.
Ahern said there should be no hiding place for the abusers even if they wore a clerical collar. "The persons who committed these dreadful crimes – no matter when they happened – will continue to be pursued.
"They must come to know that there is no hiding place. That justice – even where it may have been delayed – will not be denied," he said.
He told a press conference: "I read the report as justice minister. But on a human level – as a father and as a member of this community – I felt a growing sense of revulsion and anger. Revulsion at the horrible, evil acts committed against children. Anger at how those children were then dealt with and how often abusers were left free to abuse."
The Dublin Rape Crisis Centre welcomed the report, saying it was "another acknowledgment of the abject failure of our society to take care of our children".
The report states that senior clerical figures covered up the abuse over nearly three decades and that the structures and rules of the church facilitated that cover-up. It also says that state authorities facilitated the cover-up by allowing the church to be beyond the reach of the law.
The Murphy Commission of Inquiry into the abuse of children in Dublin identified 320 people who complained of child sexual abuse between 1975 and 2004. It also states that since May 2004, 130 complaints against priests operating in the Dublin archdiocese have been made.
The report details the cases of 46 priests guilty of abuse, as a representative sample of 102 priests within its remit. But it concludes that there was no direct evidence of an organised paedophile ring among priests in the Dublin archdiocese, although it says there were some worrying connections. One priest admitted abusing more than 100 children. Another said he had committed abuse every two weeks for more than 25 years, it said.
The report highlights the case of a Father Carney and Father McCarthy who it claims in one case both abused the same child. The abuse by Carney often occurred at swimming pools, sometimes when he was accompanied by another priest.
The report states that it was not until 1995 that the archdiocese began to notify the civil authorities of complaints of clerical abuse. The commission concludes that in the light of this and other facts, every bishop's primary loyalty was to the church itself.
A move by the archdiocese to take out insurance against potential compensation claims arising from clerical abuse was, according to the report, an act proving knowledge of child sexual abuse as a potential major cost.
The report, running to hundreds of pages, details particular priests and the abuse perpetrated by them.
The Garda Síochána's current commissioner, Fachtna Murphy, said the report made for "difficult and disturbing reading, detailing as it does many instances of sexual abuse and failure on the part of both church and state authorities to protect victims."
Murphy apologised to victims who did not receive the response and protection they were entitled to.
Pope Benedict was challenged today to go to Ireland and apologise for his clergy's behaviour.
A victims' rights campaigner called on the pope to visit and say sorry for "the betrayal of children" by those who were meant to show them love. John Kelly, of Irish Survivors of Child Abuse, said only a papal visit would exonerate the worldwide church of culpability in the abuse scandals.
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Devastating report on abuse of children by clergy from 1975 to 2004 accuses church and Garda of colluding to cover up scandal
Henry McDonald, Ireland correspondent
Ireland's police force colluded with the Catholic church in covering up clerical child abuse in Dublin on a huge scale, according to a damning report on decades of sex crimes committed by the country's priests.
The devastating three-volume report on the sexual and physical abuse of children by the clergy in Ireland's capital from 1975 to 2004 accuses four former archbishops, a host of clergy and senior members of the Garda Síochána of covering up the scandal.
It found that the "maintenance of secrecy, the avoidance of scandal, the protection of the reputation of the church and the preservation of its assets" was more important than justice for the victims of sexual and physical abuse.
Four former Archbishops in Dublin – John Charles McQuaid, who died in 1973, Dermot Ryan, who died in 1984, Kevin McNamara, who died in 1987, and retired Cardinal Desmond Connell – were found to have failed to report their knowledge of child sexual abuse to the Garda from the 1960s to the 1980s. But the report added that all the archbishops of the diocese in the period covered by the inquiry were aware of some complaints.
The report, launched today by the Irish justice minister, Dermot Ahern, also concluded that the vast majority of priests turned a "blind eye" to abuse, although some individuals did bring complaints to their superiors, which were not acted upon.
The report, commissioned by the government, strongly criticises the Garda and says senior members of the force regarded priests as being outside their investigative remit. The relationship between some senior gardai and priests and bishops in Dublin was described as "inappropriate".
Rather than investigate complaints from children, gardai simply reported the matter to the Dublin Catholic diocese, the report says. The Garda Síochána is accused of connivance with the church in stifling at least one complaint of abuse, and letting the alleged perpetrator flee the country.
Ahern said there should be no hiding place for the abusers even if they wore a clerical collar. "The persons who committed these dreadful crimes – no matter when they happened – will continue to be pursued.
"They must come to know that there is no hiding place. That justice – even where it may have been delayed – will not be denied," he said.
He told a press conference: "I read the report as justice minister. But on a human level – as a father and as a member of this community – I felt a growing sense of revulsion and anger. Revulsion at the horrible, evil acts committed against children. Anger at how those children were then dealt with and how often abusers were left free to abuse."
The Dublin Rape Crisis Centre welcomed the report, saying it was "another acknowledgment of the abject failure of our society to take care of our children".
The report states that senior clerical figures covered up the abuse over nearly three decades and that the structures and rules of the church facilitated that cover-up. It also says that state authorities facilitated the cover-up by allowing the church to be beyond the reach of the law.
The Murphy Commission of Inquiry into the abuse of children in Dublin identified 320 people who complained of child sexual abuse between 1975 and 2004. It also states that since May 2004, 130 complaints against priests operating in the Dublin archdiocese have been made.
The report details the cases of 46 priests guilty of abuse, as a representative sample of 102 priests within its remit. But it concludes that there was no direct evidence of an organised paedophile ring among priests in the Dublin archdiocese, although it says there were some worrying connections. One priest admitted abusing more than 100 children. Another said he had committed abuse every two weeks for more than 25 years, it said.
The report highlights the case of a Father Carney and Father McCarthy who it claims in one case both abused the same child. The abuse by Carney often occurred at swimming pools, sometimes when he was accompanied by another priest.
The report states that it was not until 1995 that the archdiocese began to notify the civil authorities of complaints of clerical abuse. The commission concludes that in the light of this and other facts, every bishop's primary loyalty was to the church itself.
A move by the archdiocese to take out insurance against potential compensation claims arising from clerical abuse was, according to the report, an act proving knowledge of child sexual abuse as a potential major cost.
The report, running to hundreds of pages, details particular priests and the abuse perpetrated by them.
The Garda Síochána's current commissioner, Fachtna Murphy, said the report made for "difficult and disturbing reading, detailing as it does many instances of sexual abuse and failure on the part of both church and state authorities to protect victims."
Murphy apologised to victims who did not receive the response and protection they were entitled to.
Pope Benedict was challenged today to go to Ireland and apologise for his clergy's behaviour.
A victims' rights campaigner called on the pope to visit and say sorry for "the betrayal of children" by those who were meant to show them love. John Kelly, of Irish Survivors of Child Abuse, said only a papal visit would exonerate the worldwide church of culpability in the abuse scandals.
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Ireland’s Christian Brothers to pay £146m to victims of child abuse - Times Online
Dal Times
David Sharrock, Ireland Correspondent
The Christian Brothers religious order is to give €161 million (£146 million) in cash and property in reparation for its role in decades of child abuse in Ireland.
The Brothers said that €34 million in cash would be used to help victims of abuse, whose plight was identified in a government report in May. However, the move was criticised, with one victims’ group describing it as “mere smoke and mirrors”.
The Ryan report chronicled cases of tens of thousands of children who suffered systematic sexual, physical and mental abuse over decades at residential homes run by 18 congregations. It concluded that the Brothers order was responsible for most of the cases.
A transfer of €127 million in property will be used to “begin to repair trust with so many people in Ireland, who felt betrayed by the Brothers”, the order said in a statement. “We understand and regret that nothing we say or do can turn back the clock for those affected by abuse,” the statement said. “Our response reflects the moral obligation we collectively and individually feel.”
One victims’ group called the announcement “an exercise in the art of sophistry by its supreme practitioners in Ireland”. Irish Survivors of Child Abuse said: “An Enigma machine is not needed to see through the smoke and mirrors delivered by the Christian Brothers today.
“The only ‘new money’ on the table appears to be €34 million — payable over a number of years.”
The Christian Brothers made their announcement on the eve of publication of another report, which is expected to shake the Roman Catholic Church in Ireland. A long-awaited interim report of the commission of investigation into clerical sexual abuse in the Archdiocese of Dublin is expected to say today that the church hierarchy covered up allegations of sexual abuse by priests.
The report was discussed by the Cabinet on Tuesday. Publication has been repeatedly delayed over fears that it might prejudice further prosecutions. For this reason, some parts of the report will be withheld. The Brothers, which played a leading role in the education of Irish children and were Ireland’s largest male teaching order, said they were shamed and sorrowed at the extent of abuse of children in its care.
The pledge follows a wave of public anger. The order came in for devastating criticism in the Ryan report.
Its publication was delayed by several years after a lengthy legal battle waged by the Brothers to withhold the names of all its members, dead or alive. An agreement was eventually struck in 2004, allowing the Brothers’ institutions to be identified.
More than a thousand witnesses testified to abuse in 216 schools and residential settings between 1914 and 2000. More than 800 individuals were identified as physical or sexual abusers — an extraordinary number compared with the handful of prosecutions and convictions. Ninety per cent of witnesses reported physical abuse while half reported sexual abuse.
“Acute and chronic contact and non-contact sexual abuse was reported, including vaginal and anal rape, molestation and voyeurism in both isolated cases and on a regular basis over long periods of time,” the report said.
The commission found that the worst offender was the Brothers’ order, which ran most of the institutions for older boys, while the another Catholic order, the Sisters of Mercy, which was supposed to care for girls, also came in for heavy criticism.
The report said that cases were managed “with a view to minimising the risk of public disclosure and consequent damage to the institution and the Congregation”.
“A climate of fear, created by pervasive, excessive and arbitrary punishment, permeated most of the institutions and all those run for boys. Children lived with the daily terror of not knowing where the next beating was coming from,” it said.
Hundreds of pages detail the horrors of life at specific institutions. “It was a secret enclosed world, run on fear,” one Brother told the commission about St Joseph’s Industrial School in Tralee, Co Kerry.
Glin Industrial School, Co Limerick, was where “Brothers with a known propensity for sexual abuse were transferred, indicating a serious indifference to the safety of children”.
A chapter is devoted to a Christian Brother given the pseudonym of John Brander — real name Donal Dunne, who was convicted in 1999 of his crimes and given a two-year prison sentence — which describes his progress through six different schools where he physically terrorised and sexually abused children in his classroom.
The report says that his career, while shocking in itself, illustrated the ease with which sexual predators could operate within the educational system of the state without fear of disclosure or sanction.
Once a mighty institution which did much to form Ireland’s national identity, there are now just 250 Brothers in Ireland, with an average age of 74.
Today’s report into clerical abuse in Dublin Archdiocese will reveal that the Catholic hierarchy and state authorities failed to respond to allegations of clerical child abuse made against a sample of 46 priests.
“The Dublin Archdiocese behaved in a manner that was absolutely reprehensible. Over the space of 20 years, they moved the problem on, looked after their own financial interests, looked after their priests and not the victims. The Archdiocese is centre-stage. Once you read it, it jumps out at you,” a Government source told the Irish Independent newspaper.
The report contains 100 pages of findings and 500 pages of specific detail on cases of abuse by 46 priests. The compensation bill for the victims of child abuse in the Dublin Archdiocese is set to double to more than €20 million.
The Archdiocese has identified up to 450 suspected victims who were abused as children and 120 civil actions were taken against 35 Dublin priests, or priests who held positions in the diocese.
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David Sharrock, Ireland Correspondent
The Christian Brothers religious order is to give €161 million (£146 million) in cash and property in reparation for its role in decades of child abuse in Ireland.
The Brothers said that €34 million in cash would be used to help victims of abuse, whose plight was identified in a government report in May. However, the move was criticised, with one victims’ group describing it as “mere smoke and mirrors”.
The Ryan report chronicled cases of tens of thousands of children who suffered systematic sexual, physical and mental abuse over decades at residential homes run by 18 congregations. It concluded that the Brothers order was responsible for most of the cases.
A transfer of €127 million in property will be used to “begin to repair trust with so many people in Ireland, who felt betrayed by the Brothers”, the order said in a statement. “We understand and regret that nothing we say or do can turn back the clock for those affected by abuse,” the statement said. “Our response reflects the moral obligation we collectively and individually feel.”
One victims’ group called the announcement “an exercise in the art of sophistry by its supreme practitioners in Ireland”. Irish Survivors of Child Abuse said: “An Enigma machine is not needed to see through the smoke and mirrors delivered by the Christian Brothers today.
“The only ‘new money’ on the table appears to be €34 million — payable over a number of years.”
The Christian Brothers made their announcement on the eve of publication of another report, which is expected to shake the Roman Catholic Church in Ireland. A long-awaited interim report of the commission of investigation into clerical sexual abuse in the Archdiocese of Dublin is expected to say today that the church hierarchy covered up allegations of sexual abuse by priests.
The report was discussed by the Cabinet on Tuesday. Publication has been repeatedly delayed over fears that it might prejudice further prosecutions. For this reason, some parts of the report will be withheld. The Brothers, which played a leading role in the education of Irish children and were Ireland’s largest male teaching order, said they were shamed and sorrowed at the extent of abuse of children in its care.
The pledge follows a wave of public anger. The order came in for devastating criticism in the Ryan report.
Its publication was delayed by several years after a lengthy legal battle waged by the Brothers to withhold the names of all its members, dead or alive. An agreement was eventually struck in 2004, allowing the Brothers’ institutions to be identified.
More than a thousand witnesses testified to abuse in 216 schools and residential settings between 1914 and 2000. More than 800 individuals were identified as physical or sexual abusers — an extraordinary number compared with the handful of prosecutions and convictions. Ninety per cent of witnesses reported physical abuse while half reported sexual abuse.
“Acute and chronic contact and non-contact sexual abuse was reported, including vaginal and anal rape, molestation and voyeurism in both isolated cases and on a regular basis over long periods of time,” the report said.
The commission found that the worst offender was the Brothers’ order, which ran most of the institutions for older boys, while the another Catholic order, the Sisters of Mercy, which was supposed to care for girls, also came in for heavy criticism.
The report said that cases were managed “with a view to minimising the risk of public disclosure and consequent damage to the institution and the Congregation”.
“A climate of fear, created by pervasive, excessive and arbitrary punishment, permeated most of the institutions and all those run for boys. Children lived with the daily terror of not knowing where the next beating was coming from,” it said.
Hundreds of pages detail the horrors of life at specific institutions. “It was a secret enclosed world, run on fear,” one Brother told the commission about St Joseph’s Industrial School in Tralee, Co Kerry.
Glin Industrial School, Co Limerick, was where “Brothers with a known propensity for sexual abuse were transferred, indicating a serious indifference to the safety of children”.
A chapter is devoted to a Christian Brother given the pseudonym of John Brander — real name Donal Dunne, who was convicted in 1999 of his crimes and given a two-year prison sentence — which describes his progress through six different schools where he physically terrorised and sexually abused children in his classroom.
The report says that his career, while shocking in itself, illustrated the ease with which sexual predators could operate within the educational system of the state without fear of disclosure or sanction.
Once a mighty institution which did much to form Ireland’s national identity, there are now just 250 Brothers in Ireland, with an average age of 74.
Today’s report into clerical abuse in Dublin Archdiocese will reveal that the Catholic hierarchy and state authorities failed to respond to allegations of clerical child abuse made against a sample of 46 priests.
“The Dublin Archdiocese behaved in a manner that was absolutely reprehensible. Over the space of 20 years, they moved the problem on, looked after their own financial interests, looked after their priests and not the victims. The Archdiocese is centre-stage. Once you read it, it jumps out at you,” a Government source told the Irish Independent newspaper.
The report contains 100 pages of findings and 500 pages of specific detail on cases of abuse by 46 priests. The compensation bill for the victims of child abuse in the Dublin Archdiocese is set to double to more than €20 million.
The Archdiocese has identified up to 450 suspected victims who were abused as children and 120 civil actions were taken against 35 Dublin priests, or priests who held positions in the diocese.
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Child abuse report accuses four archbishops of cover-up - Times Online
Dal Times
November 26, 2009
David Sharrock, Ireland Correspondent
An Irish government report today accuses senior Catholic officials, including four archbishops, of conspiring in decades of covering up the abuse of children by priests in order to protect the Church’s reputation.
Hundreds of crimes against defenceless children from the 1960s to the 1990s were not reported while gardai treated clergy as though they were above the law, according to a three-year inquiry by the Commission to Inquire into the Dublin Archdiocese.
The Commission said that it uncovered a “don’t ask, don’t tell” situation at work throughout the Church during the period it investigated from 1975 to 2004.
“The Commission has no doubt that clerical child sexual abuse was covered up by the Archdiocese of Dublin and other Church authorities,” it said.
“The structures and rules of the Catholic Church facilitated that cover-up.
“The state authorities facilitated that cover-up by not fulfilling their responsibilities to ensure that the law was applied equally to all and allowing the Church institutions to be beyond the reach of the normal law enforcement processes.”
Over the period within its remit “the welfare of children, which should have been the first priority, was not even a factor to be considered in the early stages”, it said.
“Instead the focus was on the avoidance of scandal and the preservation of the good name, status and assets of the institution and of what the institution regarded as its most important members — the priests,” it said.
Four archbishops — John Charles McQuaid who died in 1973, Dermot Ryan who died in 1984, Kevin McNamara who died in 1987, and retired Cardinal Desmond Connell — did not hand over information on abusers.
The first files were handed over by the Cardinal in 1995 but even then he had records of complaints against at least 28 priests.
Parts of the 700-page report have been censored to prevent pending or potential prosecutions of abusers being prejudiced with references to two priests, and one of the cleric’s brothers, removed.
While the inquiry found no evidence of a paedophile ring, it said there were some worrying connections and that one priest admitted sexually abusing more than 100 children.
Another admitted that he abused on a fortnightly basis during his 25-year ministry. One priest, against whom a single complaint was made, admitted abusing at least six other children.
It took police 20 years to decide on a prosecution of one priest.
The inquiry said that it uncovered inappropriate contacts between authorities and the Archdiocese.
“A number of very senior members of the gardai, including the Commissioner [Costigan] in 1960, clearly regarded priests as being outside their remit,” the report said.
Another admitted that he abused on a fortnightly basis during his 25-year ministry. One priest, against whom a single complaint was made, admitted abusing at least six other children.
It took police 20 years to decide on a prosecution of one priest.
The inquiry said that it uncovered inappropriate contacts between authorities and the Archdiocese.
“A number of very senior members of the gardai, including the Commissioner [Costigan] in 1960, clearly regarded priests as being outside their remit,” the report said.
Another admitted that he abused on a fortnightly basis during his 25-year ministry. One priest, against whom a single complaint was made, admitted abusing at least six other children.
It took police 20 years to decide on a prosecution of one priest.
The inquiry said that it uncovered inappropriate contacts between authorities and the Archdiocese.
“A number of very senior members of the gardai, including the Commissioner [Costigan] in 1960, clearly regarded priests as being outside their remit,” the report said.
Another admitted that he abused on a fortnightly basis during his 25-year ministry. One priest, against whom a single complaint was made, admitted abusing at least six other children.
It took police 20 years to decide on a prosecution of one priest.
The inquiry said that it uncovered inappropriate contacts between authorities and the Archdiocese.
“A number of very senior members of the gardai, including the Commissioner [Costigan] in 1960, clearly regarded priests as being outside their remit,” the report said.
Another admitted that he abused on a fortnightly basis during his 25-year ministry. One priest, against whom a single complaint was made, admitted abusing at least six other children.
It took police 20 years to decide on a prosecution of one priest.
The inquiry said that it uncovered inappropriate contacts between authorities and the Archdiocese.
“A number of very senior members of the gardai, including the Commissioner [Costigan] in 1960, clearly regarded priests as being outside their remit,” the report said.
Another admitted that he abused on a fortnightly basis during his 25-year ministry. One priest, against whom a single complaint was made, admitted abusing at least six other children.
It took police 20 years to decide on a prosecution of one priest.
The inquiry said that it uncovered inappropriate contacts between authorities and the Archdiocese.
“A number of very senior members of the gardai, including the Commissioner [Costigan] in 1960, clearly regarded priests as being outside their remit,” the report said.
Another admitted that he abused on a fortnightly basis during his 25-year ministry. One priest, against whom a single complaint was made, admitted abusing at least six other children.
It took police 20 years to decide on a prosecution of one priest.
The inquiry said that it uncovered inappropriate contacts between authorities and the Archdiocese.
“A number of very senior members of the gardai, including the Commissioner [Costigan] in 1960, clearly regarded priests as being outside their remit,” the report said.
“There are some examples of gardai actually reporting complaints to the Archdiocese instead of investigating them.”
Abuse victims said they welcomed the report’s publication of the probe into the Dublin Archdiocese, home to a quarter of Ireland’s four million Catholics. But they said government and church leaders still had far to go to compensate for past wrongs.
The Government said that the investigation “shows clearly that a systemic, calculated perversion of power and trust was visited on helpless and innocent children in the archdiocese”.
“The perpetrators must continue to be brought to justice and the people of Ireland must know that this can never happen again,” said the government, which also apologised for the State’s failure to hold church authorities accountable to the law.
This is the second major government report this year exploring how and why Irish authorities permitted widespread abuse of boys and girls at the hands of the Catholic Church throughout most of the 20th century.
The 720-page report — delivered to the government in July — examines the cases of 46 priests against whom 320 complaints were filed. The 46 were selected from more than 150 Dublin priests implicated in molesting or raping boys and girls since 1940.
The report named 11 priests because they all were convicted of child abuse. But 33 others were referred to only by one-name aliases and two others had their names blanked out after the Dublin High Court ruled that publication would prejudice their chances of receiving a fair criminal trial.
Seeking redress
Taoiseach apologises to abuse victims (1999) An explosive documentary series, States of Fear, was broadcast on Irish television detailing the abuse suffered by children throughout the entire childcare system. In response to the programme, Bertie Ahern apologises to the victims and sets up the Commission to study alleged abuses dating back to 1936
Complaints of child abuse (2001) More than 3,000 complaints were made to the Commission by people alleging that they were abused as children within Irish educational institutions
The Laffoy Commission (1999-2003) Judge Laffoy resigned as the chair of the Commission after four years. She blamed the Irish Government for causing delays to the commission’s work
Ryan Report (May 2009) Report by the Commission to Inquire into Child Abuse issued a harrowing five-volume report that took nine years to compile. It said priests beat and raped children during decades of abuse in Catholic-run institutions. The Commission became known as the Ryan Commission in 2003 when Justice Seán Ryan took over running the body from Judge Laffoy
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November 26, 2009
David Sharrock, Ireland Correspondent
An Irish government report today accuses senior Catholic officials, including four archbishops, of conspiring in decades of covering up the abuse of children by priests in order to protect the Church’s reputation.
Hundreds of crimes against defenceless children from the 1960s to the 1990s were not reported while gardai treated clergy as though they were above the law, according to a three-year inquiry by the Commission to Inquire into the Dublin Archdiocese.
The Commission said that it uncovered a “don’t ask, don’t tell” situation at work throughout the Church during the period it investigated from 1975 to 2004.
“The Commission has no doubt that clerical child sexual abuse was covered up by the Archdiocese of Dublin and other Church authorities,” it said.
“The structures and rules of the Catholic Church facilitated that cover-up.
“The state authorities facilitated that cover-up by not fulfilling their responsibilities to ensure that the law was applied equally to all and allowing the Church institutions to be beyond the reach of the normal law enforcement processes.”
Over the period within its remit “the welfare of children, which should have been the first priority, was not even a factor to be considered in the early stages”, it said.
“Instead the focus was on the avoidance of scandal and the preservation of the good name, status and assets of the institution and of what the institution regarded as its most important members — the priests,” it said.
Four archbishops — John Charles McQuaid who died in 1973, Dermot Ryan who died in 1984, Kevin McNamara who died in 1987, and retired Cardinal Desmond Connell — did not hand over information on abusers.
The first files were handed over by the Cardinal in 1995 but even then he had records of complaints against at least 28 priests.
Parts of the 700-page report have been censored to prevent pending or potential prosecutions of abusers being prejudiced with references to two priests, and one of the cleric’s brothers, removed.
While the inquiry found no evidence of a paedophile ring, it said there were some worrying connections and that one priest admitted sexually abusing more than 100 children.
Another admitted that he abused on a fortnightly basis during his 25-year ministry. One priest, against whom a single complaint was made, admitted abusing at least six other children.
It took police 20 years to decide on a prosecution of one priest.
The inquiry said that it uncovered inappropriate contacts between authorities and the Archdiocese.
“A number of very senior members of the gardai, including the Commissioner [Costigan] in 1960, clearly regarded priests as being outside their remit,” the report said.
Another admitted that he abused on a fortnightly basis during his 25-year ministry. One priest, against whom a single complaint was made, admitted abusing at least six other children.
It took police 20 years to decide on a prosecution of one priest.
The inquiry said that it uncovered inappropriate contacts between authorities and the Archdiocese.
“A number of very senior members of the gardai, including the Commissioner [Costigan] in 1960, clearly regarded priests as being outside their remit,” the report said.
Another admitted that he abused on a fortnightly basis during his 25-year ministry. One priest, against whom a single complaint was made, admitted abusing at least six other children.
It took police 20 years to decide on a prosecution of one priest.
The inquiry said that it uncovered inappropriate contacts between authorities and the Archdiocese.
“A number of very senior members of the gardai, including the Commissioner [Costigan] in 1960, clearly regarded priests as being outside their remit,” the report said.
Another admitted that he abused on a fortnightly basis during his 25-year ministry. One priest, against whom a single complaint was made, admitted abusing at least six other children.
It took police 20 years to decide on a prosecution of one priest.
The inquiry said that it uncovered inappropriate contacts between authorities and the Archdiocese.
“A number of very senior members of the gardai, including the Commissioner [Costigan] in 1960, clearly regarded priests as being outside their remit,” the report said.
Another admitted that he abused on a fortnightly basis during his 25-year ministry. One priest, against whom a single complaint was made, admitted abusing at least six other children.
It took police 20 years to decide on a prosecution of one priest.
The inquiry said that it uncovered inappropriate contacts between authorities and the Archdiocese.
“A number of very senior members of the gardai, including the Commissioner [Costigan] in 1960, clearly regarded priests as being outside their remit,” the report said.
Another admitted that he abused on a fortnightly basis during his 25-year ministry. One priest, against whom a single complaint was made, admitted abusing at least six other children.
It took police 20 years to decide on a prosecution of one priest.
The inquiry said that it uncovered inappropriate contacts between authorities and the Archdiocese.
“A number of very senior members of the gardai, including the Commissioner [Costigan] in 1960, clearly regarded priests as being outside their remit,” the report said.
Another admitted that he abused on a fortnightly basis during his 25-year ministry. One priest, against whom a single complaint was made, admitted abusing at least six other children.
It took police 20 years to decide on a prosecution of one priest.
The inquiry said that it uncovered inappropriate contacts between authorities and the Archdiocese.
“A number of very senior members of the gardai, including the Commissioner [Costigan] in 1960, clearly regarded priests as being outside their remit,” the report said.
“There are some examples of gardai actually reporting complaints to the Archdiocese instead of investigating them.”
Abuse victims said they welcomed the report’s publication of the probe into the Dublin Archdiocese, home to a quarter of Ireland’s four million Catholics. But they said government and church leaders still had far to go to compensate for past wrongs.
The Government said that the investigation “shows clearly that a systemic, calculated perversion of power and trust was visited on helpless and innocent children in the archdiocese”.
“The perpetrators must continue to be brought to justice and the people of Ireland must know that this can never happen again,” said the government, which also apologised for the State’s failure to hold church authorities accountable to the law.
This is the second major government report this year exploring how and why Irish authorities permitted widespread abuse of boys and girls at the hands of the Catholic Church throughout most of the 20th century.
The 720-page report — delivered to the government in July — examines the cases of 46 priests against whom 320 complaints were filed. The 46 were selected from more than 150 Dublin priests implicated in molesting or raping boys and girls since 1940.
The report named 11 priests because they all were convicted of child abuse. But 33 others were referred to only by one-name aliases and two others had their names blanked out after the Dublin High Court ruled that publication would prejudice their chances of receiving a fair criminal trial.
Seeking redress
Taoiseach apologises to abuse victims (1999) An explosive documentary series, States of Fear, was broadcast on Irish television detailing the abuse suffered by children throughout the entire childcare system. In response to the programme, Bertie Ahern apologises to the victims and sets up the Commission to study alleged abuses dating back to 1936
Complaints of child abuse (2001) More than 3,000 complaints were made to the Commission by people alleging that they were abused as children within Irish educational institutions
The Laffoy Commission (1999-2003) Judge Laffoy resigned as the chair of the Commission after four years. She blamed the Irish Government for causing delays to the commission’s work
Ryan Report (May 2009) Report by the Commission to Inquire into Child Abuse issued a harrowing five-volume report that took nine years to compile. It said priests beat and raped children during decades of abuse in Catholic-run institutions. The Commission became known as the Ryan Commission in 2003 when Justice Seán Ryan took over running the body from Judge Laffoy
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WBLG: Shocking Abuse Cover-Up by Catholic Church in Dublin Unveiled
Dal Times
November 26, 2009
Ruth Gledhill
I quote:
'The Dublin Archdiocese's pre-occupations in dealing with cases of child sexual abuse, at least until the mid-1990s, were the maintenance of secrecy, the avoidance of scandal, the protection of the reputation of the Church, and the preservation of its assets. All other considerations, including the welfare of children and justice for victims, were subordinated to these priorities. The Archdiocese did not implement its own canon law rules and did its best to avoid any application of the law of the State.'
Read the full report by the Commission of Investigation into the Dublin Archdiocese via the pdf links, below. My own commentary in The Times is now online, along with David Sharrock's news report from Ireland.
On Twitter, Mark Williams-Thomas, presenter of To Catch A Paedophile, is pulling out some of the more shocking stats.
Here are some of his tweets:
'11 of the identified child sex offenders are being financially supported by the Archdiocese- why- how is this justified?'
'One peadophile priest belongs to a UK diocese and his whereabouts are unknown?'
'One priest admitted to sexually abusing over 100 children - knowing how paedophiles minimalise offending this will run into many hundreds.'
From the Irish Times
The Commission of Investigation into Dublin’s Catholic Archdiocese has concluded that there is 'no doubt' that clerical child sexual abuse was covered up by the archdiocese and other Church authorities.
The commission’s report covers the period between January 1st 1975 and April 30th 2004. It said there cover-ups took place over much of this period.
In its report, published this afternoon, it has also found that 'the structures and rules of the Catholic Church facilitated that cover-up.'
It also found that 'the State authorities facilitated the cover-up by not fulfilling their responsibilities to ensure that the law was applied equally to all and allowing the Church institutions to be beyond the reach of the normal law enforcement processes.'
Over the period within its remit 'the welfare of children, which should have been the first priority, was not even a factor to be considered in the early stages,' it said.
'Instead the focus was on the avoidance of scandal and the preservation of the good name, status and assets of the institution and of what the institution regarded as its most important members – the priests,' it said.
In making its main findings, the report it concluded that 'it is the responsibility of the State to ensure that no similar institutional immunity is ever allowed to occur again. This can be ensured only if all institutions are open to scrutiny and not accorded an exempted status by any organs of the State.'
Download Dublin Abuse Report Part 1
Download Dubline Abuse Report Part 2
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November 26, 2009
Ruth Gledhill
I quote:
'The Dublin Archdiocese's pre-occupations in dealing with cases of child sexual abuse, at least until the mid-1990s, were the maintenance of secrecy, the avoidance of scandal, the protection of the reputation of the Church, and the preservation of its assets. All other considerations, including the welfare of children and justice for victims, were subordinated to these priorities. The Archdiocese did not implement its own canon law rules and did its best to avoid any application of the law of the State.'
Read the full report by the Commission of Investigation into the Dublin Archdiocese via the pdf links, below. My own commentary in The Times is now online, along with David Sharrock's news report from Ireland.
On Twitter, Mark Williams-Thomas, presenter of To Catch A Paedophile, is pulling out some of the more shocking stats.
Here are some of his tweets:
'11 of the identified child sex offenders are being financially supported by the Archdiocese- why- how is this justified?'
'One peadophile priest belongs to a UK diocese and his whereabouts are unknown?'
'One priest admitted to sexually abusing over 100 children - knowing how paedophiles minimalise offending this will run into many hundreds.'
From the Irish Times
The Commission of Investigation into Dublin’s Catholic Archdiocese has concluded that there is 'no doubt' that clerical child sexual abuse was covered up by the archdiocese and other Church authorities.
The commission’s report covers the period between January 1st 1975 and April 30th 2004. It said there cover-ups took place over much of this period.
In its report, published this afternoon, it has also found that 'the structures and rules of the Catholic Church facilitated that cover-up.'
It also found that 'the State authorities facilitated the cover-up by not fulfilling their responsibilities to ensure that the law was applied equally to all and allowing the Church institutions to be beyond the reach of the normal law enforcement processes.'
Over the period within its remit 'the welfare of children, which should have been the first priority, was not even a factor to be considered in the early stages,' it said.
'Instead the focus was on the avoidance of scandal and the preservation of the good name, status and assets of the institution and of what the institution regarded as its most important members – the priests,' it said.
In making its main findings, the report it concluded that 'it is the responsibility of the State to ensure that no similar institutional immunity is ever allowed to occur again. This can be ensured only if all institutions are open to scrutiny and not accorded an exempted status by any organs of the State.'
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domenica 22 novembre 2009
Il legame sinistro. Berlusconi e la cultura della corruzione.
Intervista a David Lane(Economist)
Di Andrew Lawless
Tradotto da: Carlotta Cristiani
Per l'articolo in lingua originale clicca qui
Il titolo originale del libro di David Lane, Berlusconi's Shadow [N.d.T.: L’ombra di Berlusconi], avrebbe dovuto essere The Sinister Nexus [N.d.T.: Il legame sinistro], ma poi, grazie al prammatico intervento dell'editore, il nome di Berlusconi viene nominato nel titolo. Un cambiamento azzeccato, considerato il fatto che Berlusconi è il personaggio principale, ma il titolo originale svela l'ambizione del libro. "Volevo trattare l'argomento ‘Mafia’, la corruzione, il sistema giudiziario", dice Lane, corrispondente di affari e finanza italiana per l'Economist. "Volevo dipingere un ritratto dell'Italia contemporanea, usando svariati elementi, come in un mosaico".
Nonostante il consistente materiale autobiografico, e nonostante Berlusconi sia il personaggio principale, egli fa la sua comparsa solo nel secondo capitolo. Il libro comincia con un paragrafo intitolato "Mafia" nel quale l'autore descrive in dettaglio gli sforzi intrapresi dal sistema giudiziario per contrastare Cosa Nostra, poi culminati nei maxi processi e nell'assassinio di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, dei due protagonisti della lotta alla mafia. In effetti, il libro risulta essere una disamina del tradimento di chi era impegnato nella lotta alla Mafia e alla corruzione, fenomeno conosciuto anche come Mani Pulite. Lane è d'accordo: "E' di sicuro uno dei punti fondamentali del libro. Dodici anni fa l'Italia avrebbe avuto l'opportunità di rafforzare la propria posizione contro due enormi punti deboli del suo governo, ossia Mafia e corruzione. Tangentopoli era un'occasione per ricominciare daccapo. Ma come si è visto dai casi di corruzione tuttora esistenti, questo non è accaduto".
Il libro tratta un argomento complesso e analizza l'ascesa finanziaria di Berlusconi, partendo dai suoi primi affari e dalle relative indagini della finanza per arrivare alle sue svariate interferenze nel sistema giudiziario in seguito alla sua rielezione del 2001. Sia nel libro che durante l'intervista, Lane mette in discussione le idee largamente diffuse su Berlusconi. Quando suggerisco che l'ascendente di Berlusconi sugli italiani è basato sul suo fiuto per gli affari, l'autore replica "Su questo non sono d'accordo. È estremamente abile nel cogliere l'occasione, nello sfruttare persone e opportunità. Ma che abbia il senso degli affari, non direi. Si pensi all'operazione commerciale della Standa (acquistata da Berlusconi nel 1998), è stata un totale fallimento. Quando si tratta di essere competitivi sul mercato, lui non è all'altezza. Si appoggia ad una rete di raccomandazioni e di amicizie". Come mai allora la sua popolarità in Italia contrasta in modo così stridente con la realtà dei fatti? "E' un mito che lui stesso ha contribuito a creare: chi controlla i mezzi di informazione può creare un mito - spiega Lane - I servizi finanziari erano il campo di Ennio Doris, non quello di Berlusconi. Berlusconi ci ha messo il denaro, ma è stato Ennio Doris a creare il successo. La Standa è stato un fallimento. In televisione non c'era competizione". Certo, c'era la Rai, la televisione di stato, ma come dimostra Lane nel suo libro, era controllata da Craxi. La Rai rimaneva continuamente tagliata fuori mentre Berlusconi consolidava il suo potere mediatico. "La maggior parte delle colpe vanno attribuite a Craxi - dice Lane con evidente disgusto- Era un criminale, completamente corrotto."
Craxi, leader del partito socialista e primo ministro, approvò alcune leggi a beneficio di Berlusconi e dei suoi interessi, promulgando ad esempio un decreto legge che nel 1984 riuscì a salvare alcuni canali televisivi di Berlusconi che i magistrati di Roma, Torino e Pescara erano intenzionati a chiudere. Alla vigilia di Tangentopoli, Craxi lasciò l'Italia e si rifugiò in Tunisia, dove morì in esilio.
Alla vigilia di Tangentopoli, la scandalosa corruzione portata alla luce da alcuni coraggiosi magistrati, Berlusconi si sentì obbligato a ‘scendere in campo’. Come lui stesso affermò, non voleva vivere in un paese illiberale. Le sue ragioni per entrare in politica, secondo il mito che lui stesso contribuisce a diffondere, furono disinteressate: "L'Italia ha più che mai bisogno di un leader esperto e con la testa sulle spalle, creativo, innovativo e capace di dare una mano, di far funzionare lo Stato". L'interpretazione di Lane non crede alla tesi dell'altruismo e ritiene che la decisione di Berlusconi di entrare in politica sia stata una mossa difensiva: con la reputazione di Craxi, il suo protettore politico, infangata dagli scandali di Tangentopoli, Berlusconi si sentiva vulnerabile. Il sistema politico italiano era in subbuglio a causa delle scottanti rivelazioni degli investigatori e dei magistrati milanesi e molte posizioni che sembravano inattaccabili cominciarono a dar segni di cedimento (pag.22). Infatti Berlusconi entrò in politica per tutelare il proprio impero economico, cosa che riuscì a fare con notevole successo. Ma, secondo Lane, il suo ingresso in politica, impedì all'Italia di liberarsi dalla sua corruzione quasi endemica: "Finse di presentarsi come una persona nuova, di avere nuove idee e di voler riformare le cose, ma - dice Lane - naturalmente non lo fece".
Le accuse esposte nel suo libro sono fondate e dettagliate. Sotto il governo Berlusconi, l'autore fa notare, la lotta alla corruzione è giunta ad un punto morto: "Non è stato fatto nulla per sostenere la lotta alla corruzione, anzi, l'esatto contrario. La legge sui falsi bilanci è stata un totale fallimento, così come lo scudo fiscale che ha permesso di riportare in patria proprietà illecite per una somma irrisoria. Naturalmente, una volta riportate in patria potevano di nuovo venire esportate legalmente. “La lotta alla corruzione si è quindi molto indebolita - sostiene Lane - Lo stesso si può dire della lotta alla Mafia. Ora la Mafia sembra dimenticata, ma esiste ancora. Ed è più forte che mai".
Il libro di Lane, al momento disponibile solo in inglese, sarà pubblicato in italiano da Laterza. Una delle critiche più ovvie che Lane si troverà ad affrontare quando il suo libro sarà pubblicato in Italia è che uno straniero non può comprendere i tortuosi labirinti della politica italiana. Ma l'autore liquida queste critiche con poche parole: "Ho trascorso metà della mia vita in Italia e mia moglie è italiana. Mia figlia, compiuti 18 anni, ha preso la cittadinanza italiana, cosa di cui io vado molto fiero. Ho molti amici italiani che stimo molto. Allo stesso tempo accoglierei con piacere uno scrittore italiano che scrivesse un libro su Blair e su come funzionano le cose in Gran Bretagna. Credo che la testimonianza di un osservatore esterno sia importante".
Essendo già stato coinvolto nella polemica suscitata dagli ormai famosi articoli dell'Economist che bollavano Berlusconi come "inadatto alla guida di un Paese", Lane è consapevole dell'accoglienza che il suo libro riceverà da parte del primo ministro italiano: "Immagino che gli avvocati di Berlusconi abbiano già acquistato svariate copie del libro e le stiano scandagliando alla ricerca di un qualche elemento che giustifichi una causa legale contro di me e contro la Penguin”, spiega ridendo. E aggiunge “Inconsciamente è una cosa che ho messo in conto visto che l'Economist è già stato citato in giudizio due volte da Berlusconi. Quindi ne ho tenuto conto, ma sono sicuro che tutto ciò che è scritto nel libro risulterà essere fondato".
Se le cause legali non fermeranno il libro di Lane, rimane sempre la già collaudata calunnia. In seguito alla pubblicazione dai famosi articoli dell'Economist, Berlusconi citò la rivista in tribunale e liquidò le critiche come parte del più vasto complotto della sinistra contro di lui. Lane giudica questa tattica alquanto ridicola ("L'Economist è un giornale di destra. È stato un grande sostenitore di Bush e della guerra in Iraq. Affermare che sia solo un manipolo di sinistrorsi impazziti è un'assurdità") oltre che un esempio dei pericoli causati dalla concentrazione del potere mediatico: "Una delle cose che trovo più allarmanti nel fatto che Berlusconi controlli i media e l'informazione è che naturalmente molti italiani si tengano informati tramite la televisione. La maggior parte degli italiani, come accade nel resto del mondo, sono presi nella routine quotidiana dell'andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, andare a fare la spesa, affrontare il traffico e così via. Questo vuol dire che la maggior parte di essi si informa più tramite la televisione e meno tramite la stampa. Ciò vuol dire che, in una certa misura, Berlusconi controlla ciò che la gente pensa. La televisione, il mezzo di informazione principale per la maggior parte degli italiani, non fornisce una versione dei fatti che permetta loro di farsi delle opinioni informate su ciò che accade nel loro paese”.
Noi potremmo liquidare con una risata la teoria della cospirazione sostenuta da Berlusconi di fronte ai suoi critici, ma nel mondo ferocemente partigiano della politica italiana essa potrebbe avere un peso. Ma Lane è un giudice imparziale e ha parole dure anche per la sinistra. Di fronte alla domanda da 64 milioni di dollari, ossia perché gli italiani hanno votato Berlusconi, va dritto al punto: "In primo luogo diamo la colpa a chi se la merita, ovvero al centro sinistra. Credo che il centro sinistra alla guida del paese tra il '96 e il 2001 fu un disastro. Non furono in grado di opporsi, i leader si comportavano da primedonne. Bertinotti e D'Alema non hanno scusanti per come fecero naufragare il governo Prodi. Ho sentito dire che D'Alema e altri personaggi gongolarono quando il governo Prodi cadde. Che cosa volevano? Volevano che Berlusconi tornasse al potere? A giudicare dal loro comportamento, si direbbe di sì”. Naturalmente il potere e la posizione di Berlusconi hanno goduto della collaborazione e della collusione del centro sinistra. "Il loro enorme fallimento nel gestire il rapporto con i media e con la televisione, l'incapacità nel gestire quell'enorme conflitto di interessi e nel gestire il sistema giudiziario hanno avuto un ruolo fondamentale. Si potrebbe affermare che l'interesse principale era fare entrare l'Italia nell'euro e questa è l'unica giustificazione che riesco a trovare. Bertinotti e d'Alema non hanno scusanti per aver silurato il governo Prodi".
Neanche Romano Prodi, il presidente uscente dell'Unione Europea, sfugge al tocco caustico di Lane: "L'idea di avere un presidente della Commissione Europea nella persona di Romano Prodi, che si impegna nella politica interna è, a mio avviso, scandalosa. Dimostra come i personaggi pubblici italiani proprio non sanno come gestirsi. Ma non è una sorpresa, visto che gli italiani sono abituati ai comportamenti scandalosi dei loro leader politici".
Il libro di Lane è stato ampiamente recensito in Inghilterra, ottenendo grandi lodi ma anche prevedibili critiche da parte di certi ambienti: "Il libro è stato ferocemente criticato dalla stampa di Murdoch, il che non sorprende affatto. Con Murdoch e Newscorp basta fare due più due. Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi possiedono televisioni private". È interessante vedere la reazione di Murdoch a un libro su Berlusconi. Molti considerano Murdoch molto più pericoloso di Berlusconi ma Lane sottolinea un'importante differenza, una differenza che forse è il cuore del libro: "Per fortuna Murdoch non legifera, mentre Berlusconi sì. Ha fatto delle leggi su misura per lui”. Come ad anticipare la mia imminente obiezione alla sua analisi, prosegue: "Si potrebbe dire lo stesso di Blair, ma non credo che gli inglesi gliela farebbero passare liscia. Non credo che il Parlamento o il Partito Laburista glielo permetterebbero mai". Considerato il recente comportamento di Blair, del Parlamento e del partito Laburista si può, a buon diritto, pensare che forse questa è un affermazione ingenua.
Il libro dedica una particolare attenzione agli attacchi alla Magistratura da parte della classe politica. Lane definisce i tentativi del centro sinistra di riformare il sistema legale "disastrosi". Che ne pensa allora dei recenti e controversi tentativi di riformare la Magistratura? Non c'è forse ragione di affermare, come fa Berlusconi, che in Italia il sistema non funziona e che deve assolutamente essere riformato? "Credo che abbiano completamente frainteso la situazione. A mio parere dovrebbero riformare la procedura penale invece che quella giudiziaria. Invece portano avanti campagne di recriminazione contro il sistema giudiziario, cosa che non aiuta certo a velocizzare i procedimenti penali in Italia, anzi li rallenta. Così le cose andranno sempre peggio".
Lane parla della riforma legale in toni appassionati e i protagonisti del suo libro sono senza alcun dubbio i magistrati in prima linea nella lotta contro la corruzione e il crimine organizzato: "Ho conosciuto vari magistrati di Palermo, Roma e Torino impegnati nella lotta contro Mafia e corruzione, dice, e mi pare che i loro inestimabili servizi resi al Paese non siano stati riconosciuti". Di fronte all'attuale pressione sul sistema giudiziario italiano, Lane non è solidale ne' con Berlusconi ne' con Rocco Buttiglione, recentemente bocciato dal Parlamento Europeo: "Gli altri Stati europei hanno tutti i diritti di essere sospettosi nei confronti dei politici del governo Berlusconi. Credo sia legittimo che si chiedano "che genere di persone sono?". Considerato l'atteggiamento di Berlusconi nei confronti del sistema giudiziario italiano, credo che incaricare Buttiglione di tutelare la giustizia in Europa sia un'idea oltraggiosa".
Nel complesso le argomentazioni di Lane sono dettagliate e offrono una spiegazione dell'ascesa di Berlusconi. Nel suo tentativo di comprendere e spiegare il fenomeno c'è però una nota stonata. Verso la fine del libro egli ipotizza che la tolleranza nei confronti della corruzione in generale e di quella di Berlusconi in particolare potrebbe affondare le proprie radici nella tradizione cattolica, tipicamente italiana. "Mi sembrava un argomento valido, il fatto che nella confessione cattolica esiste il concetto del perdono, mentre in quella protestante prevale quello di morale. I politici hanno il dovere di essere affidabili e di rispondere a quelle domande alle quali Berlusconi si rifiuta di rispondere". Anche se ciò è assolutamente vero nel caso di Berlusconi, è lecito però avere dei dubbi sulla moralità dei due più importanti leader ‘protestanti’, quelli di Gran Bretagna e U.S.A. In verità le tre B, Bush, Berlusconi e Blair, sembrano essere accomunate dal loro disprezzo per la pubblica responsabilità nel caso dell'Iraq.
Ultimamente Berlusconi attraversa un periodo difficile. Il suo governo detiene il record di longevità ma comincia a mostrare segni di cedimento. Un'economia stagnante, lavoratori insoddisfatti, partner di coalizione ribelli, tutto suggerisce che si potrebbe arrivare alle elezioni prima del 2006. Berlusconi trionferà ancora? "Dipende da quello che farà il centro sinistra. Il loro comportamento recente non da' adito a molte speranze. Sono ancora divisi e incapaci di far fronte comune. È stato proprio quel senso di unità che ha permesso a Berlusconi di vincere nel 2001. Avendo avuto ben tre diversi leader del centro sinistra in cinque anni di governo l'elettorato italiano era confuso e Berlusconi ne ha approfittato presentando un quadretto semplice e rassicurante. La destra vincerà ancora se la sinistra non farà fronte comune".
Se si concorda sul fatto che Berlusconi è entrato in politica per tutelarsi dalle investigazioni di magistrati troppo zelanti, una volta lasciato l'incarico incorrerà, secondo Lane, in guai con la legge? Cosa riserva il futuro al Cavaliere? Lane risponde con una risata stanca. "Il tempo di prescrizione. Non ce lo vedo a finire in carcere, non credo proprio che accadrà. Qualcosa succederà. Un po' come è successo con Andreotti. Recentemente la corte suprema ha emesso un verdetto piuttosto chiaro e ha confermato la sentenza in corte d'appello. La corte suprema ha stabilito che il sette volte primo ministro italiano è colpevole di associazione a delinquere e tuttavia Andreotti appare in TV e tutti ne tessono le lodi. Credo che accadrà lo stesso con Berlusconi".
Non c'è premio per chi indovina quali reti televisive ne tesseranno le lodi.
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Di Andrew Lawless
Tradotto da: Carlotta Cristiani
Per l'articolo in lingua originale clicca qui
Il titolo originale del libro di David Lane, Berlusconi's Shadow [N.d.T.: L’ombra di Berlusconi], avrebbe dovuto essere The Sinister Nexus [N.d.T.: Il legame sinistro], ma poi, grazie al prammatico intervento dell'editore, il nome di Berlusconi viene nominato nel titolo. Un cambiamento azzeccato, considerato il fatto che Berlusconi è il personaggio principale, ma il titolo originale svela l'ambizione del libro. "Volevo trattare l'argomento ‘Mafia’, la corruzione, il sistema giudiziario", dice Lane, corrispondente di affari e finanza italiana per l'Economist. "Volevo dipingere un ritratto dell'Italia contemporanea, usando svariati elementi, come in un mosaico".
Nonostante il consistente materiale autobiografico, e nonostante Berlusconi sia il personaggio principale, egli fa la sua comparsa solo nel secondo capitolo. Il libro comincia con un paragrafo intitolato "Mafia" nel quale l'autore descrive in dettaglio gli sforzi intrapresi dal sistema giudiziario per contrastare Cosa Nostra, poi culminati nei maxi processi e nell'assassinio di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, dei due protagonisti della lotta alla mafia. In effetti, il libro risulta essere una disamina del tradimento di chi era impegnato nella lotta alla Mafia e alla corruzione, fenomeno conosciuto anche come Mani Pulite. Lane è d'accordo: "E' di sicuro uno dei punti fondamentali del libro. Dodici anni fa l'Italia avrebbe avuto l'opportunità di rafforzare la propria posizione contro due enormi punti deboli del suo governo, ossia Mafia e corruzione. Tangentopoli era un'occasione per ricominciare daccapo. Ma come si è visto dai casi di corruzione tuttora esistenti, questo non è accaduto".
Il libro tratta un argomento complesso e analizza l'ascesa finanziaria di Berlusconi, partendo dai suoi primi affari e dalle relative indagini della finanza per arrivare alle sue svariate interferenze nel sistema giudiziario in seguito alla sua rielezione del 2001. Sia nel libro che durante l'intervista, Lane mette in discussione le idee largamente diffuse su Berlusconi. Quando suggerisco che l'ascendente di Berlusconi sugli italiani è basato sul suo fiuto per gli affari, l'autore replica "Su questo non sono d'accordo. È estremamente abile nel cogliere l'occasione, nello sfruttare persone e opportunità. Ma che abbia il senso degli affari, non direi. Si pensi all'operazione commerciale della Standa (acquistata da Berlusconi nel 1998), è stata un totale fallimento. Quando si tratta di essere competitivi sul mercato, lui non è all'altezza. Si appoggia ad una rete di raccomandazioni e di amicizie". Come mai allora la sua popolarità in Italia contrasta in modo così stridente con la realtà dei fatti? "E' un mito che lui stesso ha contribuito a creare: chi controlla i mezzi di informazione può creare un mito - spiega Lane - I servizi finanziari erano il campo di Ennio Doris, non quello di Berlusconi. Berlusconi ci ha messo il denaro, ma è stato Ennio Doris a creare il successo. La Standa è stato un fallimento. In televisione non c'era competizione". Certo, c'era la Rai, la televisione di stato, ma come dimostra Lane nel suo libro, era controllata da Craxi. La Rai rimaneva continuamente tagliata fuori mentre Berlusconi consolidava il suo potere mediatico. "La maggior parte delle colpe vanno attribuite a Craxi - dice Lane con evidente disgusto- Era un criminale, completamente corrotto."
Craxi, leader del partito socialista e primo ministro, approvò alcune leggi a beneficio di Berlusconi e dei suoi interessi, promulgando ad esempio un decreto legge che nel 1984 riuscì a salvare alcuni canali televisivi di Berlusconi che i magistrati di Roma, Torino e Pescara erano intenzionati a chiudere. Alla vigilia di Tangentopoli, Craxi lasciò l'Italia e si rifugiò in Tunisia, dove morì in esilio.
Alla vigilia di Tangentopoli, la scandalosa corruzione portata alla luce da alcuni coraggiosi magistrati, Berlusconi si sentì obbligato a ‘scendere in campo’. Come lui stesso affermò, non voleva vivere in un paese illiberale. Le sue ragioni per entrare in politica, secondo il mito che lui stesso contribuisce a diffondere, furono disinteressate: "L'Italia ha più che mai bisogno di un leader esperto e con la testa sulle spalle, creativo, innovativo e capace di dare una mano, di far funzionare lo Stato". L'interpretazione di Lane non crede alla tesi dell'altruismo e ritiene che la decisione di Berlusconi di entrare in politica sia stata una mossa difensiva: con la reputazione di Craxi, il suo protettore politico, infangata dagli scandali di Tangentopoli, Berlusconi si sentiva vulnerabile. Il sistema politico italiano era in subbuglio a causa delle scottanti rivelazioni degli investigatori e dei magistrati milanesi e molte posizioni che sembravano inattaccabili cominciarono a dar segni di cedimento (pag.22). Infatti Berlusconi entrò in politica per tutelare il proprio impero economico, cosa che riuscì a fare con notevole successo. Ma, secondo Lane, il suo ingresso in politica, impedì all'Italia di liberarsi dalla sua corruzione quasi endemica: "Finse di presentarsi come una persona nuova, di avere nuove idee e di voler riformare le cose, ma - dice Lane - naturalmente non lo fece".
Le accuse esposte nel suo libro sono fondate e dettagliate. Sotto il governo Berlusconi, l'autore fa notare, la lotta alla corruzione è giunta ad un punto morto: "Non è stato fatto nulla per sostenere la lotta alla corruzione, anzi, l'esatto contrario. La legge sui falsi bilanci è stata un totale fallimento, così come lo scudo fiscale che ha permesso di riportare in patria proprietà illecite per una somma irrisoria. Naturalmente, una volta riportate in patria potevano di nuovo venire esportate legalmente. “La lotta alla corruzione si è quindi molto indebolita - sostiene Lane - Lo stesso si può dire della lotta alla Mafia. Ora la Mafia sembra dimenticata, ma esiste ancora. Ed è più forte che mai".
Il libro di Lane, al momento disponibile solo in inglese, sarà pubblicato in italiano da Laterza. Una delle critiche più ovvie che Lane si troverà ad affrontare quando il suo libro sarà pubblicato in Italia è che uno straniero non può comprendere i tortuosi labirinti della politica italiana. Ma l'autore liquida queste critiche con poche parole: "Ho trascorso metà della mia vita in Italia e mia moglie è italiana. Mia figlia, compiuti 18 anni, ha preso la cittadinanza italiana, cosa di cui io vado molto fiero. Ho molti amici italiani che stimo molto. Allo stesso tempo accoglierei con piacere uno scrittore italiano che scrivesse un libro su Blair e su come funzionano le cose in Gran Bretagna. Credo che la testimonianza di un osservatore esterno sia importante".
Essendo già stato coinvolto nella polemica suscitata dagli ormai famosi articoli dell'Economist che bollavano Berlusconi come "inadatto alla guida di un Paese", Lane è consapevole dell'accoglienza che il suo libro riceverà da parte del primo ministro italiano: "Immagino che gli avvocati di Berlusconi abbiano già acquistato svariate copie del libro e le stiano scandagliando alla ricerca di un qualche elemento che giustifichi una causa legale contro di me e contro la Penguin”, spiega ridendo. E aggiunge “Inconsciamente è una cosa che ho messo in conto visto che l'Economist è già stato citato in giudizio due volte da Berlusconi. Quindi ne ho tenuto conto, ma sono sicuro che tutto ciò che è scritto nel libro risulterà essere fondato".
Se le cause legali non fermeranno il libro di Lane, rimane sempre la già collaudata calunnia. In seguito alla pubblicazione dai famosi articoli dell'Economist, Berlusconi citò la rivista in tribunale e liquidò le critiche come parte del più vasto complotto della sinistra contro di lui. Lane giudica questa tattica alquanto ridicola ("L'Economist è un giornale di destra. È stato un grande sostenitore di Bush e della guerra in Iraq. Affermare che sia solo un manipolo di sinistrorsi impazziti è un'assurdità") oltre che un esempio dei pericoli causati dalla concentrazione del potere mediatico: "Una delle cose che trovo più allarmanti nel fatto che Berlusconi controlli i media e l'informazione è che naturalmente molti italiani si tengano informati tramite la televisione. La maggior parte degli italiani, come accade nel resto del mondo, sono presi nella routine quotidiana dell'andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, andare a fare la spesa, affrontare il traffico e così via. Questo vuol dire che la maggior parte di essi si informa più tramite la televisione e meno tramite la stampa. Ciò vuol dire che, in una certa misura, Berlusconi controlla ciò che la gente pensa. La televisione, il mezzo di informazione principale per la maggior parte degli italiani, non fornisce una versione dei fatti che permetta loro di farsi delle opinioni informate su ciò che accade nel loro paese”.
Noi potremmo liquidare con una risata la teoria della cospirazione sostenuta da Berlusconi di fronte ai suoi critici, ma nel mondo ferocemente partigiano della politica italiana essa potrebbe avere un peso. Ma Lane è un giudice imparziale e ha parole dure anche per la sinistra. Di fronte alla domanda da 64 milioni di dollari, ossia perché gli italiani hanno votato Berlusconi, va dritto al punto: "In primo luogo diamo la colpa a chi se la merita, ovvero al centro sinistra. Credo che il centro sinistra alla guida del paese tra il '96 e il 2001 fu un disastro. Non furono in grado di opporsi, i leader si comportavano da primedonne. Bertinotti e D'Alema non hanno scusanti per come fecero naufragare il governo Prodi. Ho sentito dire che D'Alema e altri personaggi gongolarono quando il governo Prodi cadde. Che cosa volevano? Volevano che Berlusconi tornasse al potere? A giudicare dal loro comportamento, si direbbe di sì”. Naturalmente il potere e la posizione di Berlusconi hanno goduto della collaborazione e della collusione del centro sinistra. "Il loro enorme fallimento nel gestire il rapporto con i media e con la televisione, l'incapacità nel gestire quell'enorme conflitto di interessi e nel gestire il sistema giudiziario hanno avuto un ruolo fondamentale. Si potrebbe affermare che l'interesse principale era fare entrare l'Italia nell'euro e questa è l'unica giustificazione che riesco a trovare. Bertinotti e d'Alema non hanno scusanti per aver silurato il governo Prodi".
Neanche Romano Prodi, il presidente uscente dell'Unione Europea, sfugge al tocco caustico di Lane: "L'idea di avere un presidente della Commissione Europea nella persona di Romano Prodi, che si impegna nella politica interna è, a mio avviso, scandalosa. Dimostra come i personaggi pubblici italiani proprio non sanno come gestirsi. Ma non è una sorpresa, visto che gli italiani sono abituati ai comportamenti scandalosi dei loro leader politici".
Il libro di Lane è stato ampiamente recensito in Inghilterra, ottenendo grandi lodi ma anche prevedibili critiche da parte di certi ambienti: "Il libro è stato ferocemente criticato dalla stampa di Murdoch, il che non sorprende affatto. Con Murdoch e Newscorp basta fare due più due. Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi possiedono televisioni private". È interessante vedere la reazione di Murdoch a un libro su Berlusconi. Molti considerano Murdoch molto più pericoloso di Berlusconi ma Lane sottolinea un'importante differenza, una differenza che forse è il cuore del libro: "Per fortuna Murdoch non legifera, mentre Berlusconi sì. Ha fatto delle leggi su misura per lui”. Come ad anticipare la mia imminente obiezione alla sua analisi, prosegue: "Si potrebbe dire lo stesso di Blair, ma non credo che gli inglesi gliela farebbero passare liscia. Non credo che il Parlamento o il Partito Laburista glielo permetterebbero mai". Considerato il recente comportamento di Blair, del Parlamento e del partito Laburista si può, a buon diritto, pensare che forse questa è un affermazione ingenua.
Il libro dedica una particolare attenzione agli attacchi alla Magistratura da parte della classe politica. Lane definisce i tentativi del centro sinistra di riformare il sistema legale "disastrosi". Che ne pensa allora dei recenti e controversi tentativi di riformare la Magistratura? Non c'è forse ragione di affermare, come fa Berlusconi, che in Italia il sistema non funziona e che deve assolutamente essere riformato? "Credo che abbiano completamente frainteso la situazione. A mio parere dovrebbero riformare la procedura penale invece che quella giudiziaria. Invece portano avanti campagne di recriminazione contro il sistema giudiziario, cosa che non aiuta certo a velocizzare i procedimenti penali in Italia, anzi li rallenta. Così le cose andranno sempre peggio".
Lane parla della riforma legale in toni appassionati e i protagonisti del suo libro sono senza alcun dubbio i magistrati in prima linea nella lotta contro la corruzione e il crimine organizzato: "Ho conosciuto vari magistrati di Palermo, Roma e Torino impegnati nella lotta contro Mafia e corruzione, dice, e mi pare che i loro inestimabili servizi resi al Paese non siano stati riconosciuti". Di fronte all'attuale pressione sul sistema giudiziario italiano, Lane non è solidale ne' con Berlusconi ne' con Rocco Buttiglione, recentemente bocciato dal Parlamento Europeo: "Gli altri Stati europei hanno tutti i diritti di essere sospettosi nei confronti dei politici del governo Berlusconi. Credo sia legittimo che si chiedano "che genere di persone sono?". Considerato l'atteggiamento di Berlusconi nei confronti del sistema giudiziario italiano, credo che incaricare Buttiglione di tutelare la giustizia in Europa sia un'idea oltraggiosa".
Nel complesso le argomentazioni di Lane sono dettagliate e offrono una spiegazione dell'ascesa di Berlusconi. Nel suo tentativo di comprendere e spiegare il fenomeno c'è però una nota stonata. Verso la fine del libro egli ipotizza che la tolleranza nei confronti della corruzione in generale e di quella di Berlusconi in particolare potrebbe affondare le proprie radici nella tradizione cattolica, tipicamente italiana. "Mi sembrava un argomento valido, il fatto che nella confessione cattolica esiste il concetto del perdono, mentre in quella protestante prevale quello di morale. I politici hanno il dovere di essere affidabili e di rispondere a quelle domande alle quali Berlusconi si rifiuta di rispondere". Anche se ciò è assolutamente vero nel caso di Berlusconi, è lecito però avere dei dubbi sulla moralità dei due più importanti leader ‘protestanti’, quelli di Gran Bretagna e U.S.A. In verità le tre B, Bush, Berlusconi e Blair, sembrano essere accomunate dal loro disprezzo per la pubblica responsabilità nel caso dell'Iraq.
Ultimamente Berlusconi attraversa un periodo difficile. Il suo governo detiene il record di longevità ma comincia a mostrare segni di cedimento. Un'economia stagnante, lavoratori insoddisfatti, partner di coalizione ribelli, tutto suggerisce che si potrebbe arrivare alle elezioni prima del 2006. Berlusconi trionferà ancora? "Dipende da quello che farà il centro sinistra. Il loro comportamento recente non da' adito a molte speranze. Sono ancora divisi e incapaci di far fronte comune. È stato proprio quel senso di unità che ha permesso a Berlusconi di vincere nel 2001. Avendo avuto ben tre diversi leader del centro sinistra in cinque anni di governo l'elettorato italiano era confuso e Berlusconi ne ha approfittato presentando un quadretto semplice e rassicurante. La destra vincerà ancora se la sinistra non farà fronte comune".
Se si concorda sul fatto che Berlusconi è entrato in politica per tutelarsi dalle investigazioni di magistrati troppo zelanti, una volta lasciato l'incarico incorrerà, secondo Lane, in guai con la legge? Cosa riserva il futuro al Cavaliere? Lane risponde con una risata stanca. "Il tempo di prescrizione. Non ce lo vedo a finire in carcere, non credo proprio che accadrà. Qualcosa succederà. Un po' come è successo con Andreotti. Recentemente la corte suprema ha emesso un verdetto piuttosto chiaro e ha confermato la sentenza in corte d'appello. La corte suprema ha stabilito che il sette volte primo ministro italiano è colpevole di associazione a delinquere e tuttavia Andreotti appare in TV e tutti ne tessono le lodi. Credo che accadrà lo stesso con Berlusconi".
Non c'è premio per chi indovina quali reti televisive ne tesseranno le lodi.
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La società italiana è marcia....
E’ la società italiana ad essere marcia e l’informazione è il primo problema del paese
Da Byteliberi
Interessanti e, a mio modo di vedere, molto vere le parole di David Lane, inviato inglese dell’Economist, intervistato oggi da Il Fatto Quotidiano.
Secondo il giornalista britannico in Italia c’è un problema politico grave che non si limita alla maggioranza di centrodestra, ma coinvolge largamente anche il centrosinistra. E’ proprio il sistema marcio.
Ma per quanto i nostri politici siano delle inutili sanguisughe, il problema in realtà è un tumore maligno radicato nella società italiana. Quanto ha ragione il giornalista inglese quando alla domanda: “Questa classe politica è l’espressione dei suoi elettori?”, risponde: “Purtroppo sono tanti gli italiani che ammirano le furbizie, che preferiscono vivere a margine della legalità, delle regole”.
E se in Inghilterra quello che succede in Italia è assurdo: “John Dennis Profumo si dimette dall’incarico di segretario di Stato alla guerra, per le bugie su una sua relazione con una showgirl, sentimentalmente coinvolta anche con un funzionario dell’ambasciata sovietica.” da allora, aggiunge il giornalista, “Scomparso dalla vita pubblica. Bandito. Per trent’anni ha svolto solo ruoli legati al sociale: una sorta di lento cammino verso la riabilitazione pubblica”. In Italia invece “basta andare in televisione per recuperare la faccia.”
Triste ma vero. Uno scandalo come l’ennesimo piombato su la seconda carica dello Stato: Renato Schifani, in qualsiasi altro paese democratico sarebbe stato un fendente mortale alla vita pubblica del coinvolto. In Italia invece un pluriprescritto può gestire il Parlamento come mezzo personale per sfuggire alla giustizia. Uno come Andreotti, prescritto per concorso esterno in associazione mafiosa, diventa Senatore a vita.
E se uno come Silvio Berlusconi ha la faccia tosta di dichiarare che ha “portato nuova moralità in politica”, per David Lane l’Italia in questi ultimi trentanni è cambiata “in peggio. Sotto ogni punto di vista, anche rispetto a “tasti” pratici come il traffico o la pulizia delle strade”.
Ma il giornalista non risparmia nemmeno la falsità radicata nella sinistra. “Attenzione però, parlo di tutta la politica italiana, mica solo di quella governativa.” per esempio “D’Alema e Bertinotti: sono stati loro a segare le gambe a Prodi, a causare lo sfascio del centrosinistra. A fare danni. Ma sono comunque andati avanti”
Ma tutto – e qui sono nettamente d’accordo – si ricollega nettamente all’anomalia più grande che un paese che si dichiara libero possa nascondere. La libera informazione. Alla domanda “in Inghilterra: è il Parlamento a “educare” i suoi cittadini; o sono quest’ultimi a “vigilare” chi li governa?” David Lane risponde: “No. Esiste la stampa libera. Qualche tempo fa, un quotidiano conservatore, il Daily Telegraph, ha pubblicato un’inchiesta sui costi della politica. La reazione è stata di disgusto, totale. E nessuno ha permesso alla “casta” di fare lobby. In Italia manca la televisione. La tv di stato inglese, la Bbc, dà le notizie, informa, potrei anche dire che educa. Da voi no. Non riesco a vedere il Tg1 né il Tg2. Qualche volta mi concedo il Tg3. Non mi perdo mai le previsioni meteorologiche: sono le uniche affidabili”
Come non dargli ragione. Un popolo cresciuto a colpi di Maria De Filippi e privato della vera informazione è un popolo spacciato. E’ triste e forte da dire ma un popolo va educato e come dice Lane questo in grossa parte è compito della libera informazione che purtroppo in Italia è morta e sepolta. Per me tutto parte da lì. Libera l’informazione e il meglio del paese verrà da se pian piano. Del resto è quello che sta succedendo molto lentamente grazie alla Rete. Forza e coraggio.
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Da Byteliberi
Interessanti e, a mio modo di vedere, molto vere le parole di David Lane, inviato inglese dell’Economist, intervistato oggi da Il Fatto Quotidiano.
Secondo il giornalista britannico in Italia c’è un problema politico grave che non si limita alla maggioranza di centrodestra, ma coinvolge largamente anche il centrosinistra. E’ proprio il sistema marcio.
Ma per quanto i nostri politici siano delle inutili sanguisughe, il problema in realtà è un tumore maligno radicato nella società italiana. Quanto ha ragione il giornalista inglese quando alla domanda: “Questa classe politica è l’espressione dei suoi elettori?”, risponde: “Purtroppo sono tanti gli italiani che ammirano le furbizie, che preferiscono vivere a margine della legalità, delle regole”.
E se in Inghilterra quello che succede in Italia è assurdo: “John Dennis Profumo si dimette dall’incarico di segretario di Stato alla guerra, per le bugie su una sua relazione con una showgirl, sentimentalmente coinvolta anche con un funzionario dell’ambasciata sovietica.” da allora, aggiunge il giornalista, “Scomparso dalla vita pubblica. Bandito. Per trent’anni ha svolto solo ruoli legati al sociale: una sorta di lento cammino verso la riabilitazione pubblica”. In Italia invece “basta andare in televisione per recuperare la faccia.”
Triste ma vero. Uno scandalo come l’ennesimo piombato su la seconda carica dello Stato: Renato Schifani, in qualsiasi altro paese democratico sarebbe stato un fendente mortale alla vita pubblica del coinvolto. In Italia invece un pluriprescritto può gestire il Parlamento come mezzo personale per sfuggire alla giustizia. Uno come Andreotti, prescritto per concorso esterno in associazione mafiosa, diventa Senatore a vita.
E se uno come Silvio Berlusconi ha la faccia tosta di dichiarare che ha “portato nuova moralità in politica”, per David Lane l’Italia in questi ultimi trentanni è cambiata “in peggio. Sotto ogni punto di vista, anche rispetto a “tasti” pratici come il traffico o la pulizia delle strade”.
Ma il giornalista non risparmia nemmeno la falsità radicata nella sinistra. “Attenzione però, parlo di tutta la politica italiana, mica solo di quella governativa.” per esempio “D’Alema e Bertinotti: sono stati loro a segare le gambe a Prodi, a causare lo sfascio del centrosinistra. A fare danni. Ma sono comunque andati avanti”
Ma tutto – e qui sono nettamente d’accordo – si ricollega nettamente all’anomalia più grande che un paese che si dichiara libero possa nascondere. La libera informazione. Alla domanda “in Inghilterra: è il Parlamento a “educare” i suoi cittadini; o sono quest’ultimi a “vigilare” chi li governa?” David Lane risponde: “No. Esiste la stampa libera. Qualche tempo fa, un quotidiano conservatore, il Daily Telegraph, ha pubblicato un’inchiesta sui costi della politica. La reazione è stata di disgusto, totale. E nessuno ha permesso alla “casta” di fare lobby. In Italia manca la televisione. La tv di stato inglese, la Bbc, dà le notizie, informa, potrei anche dire che educa. Da voi no. Non riesco a vedere il Tg1 né il Tg2. Qualche volta mi concedo il Tg3. Non mi perdo mai le previsioni meteorologiche: sono le uniche affidabili”
Come non dargli ragione. Un popolo cresciuto a colpi di Maria De Filippi e privato della vera informazione è un popolo spacciato. E’ triste e forte da dire ma un popolo va educato e come dice Lane questo in grossa parte è compito della libera informazione che purtroppo in Italia è morta e sepolta. Per me tutto parte da lì. Libera l’informazione e il meglio del paese verrà da se pian piano. Del resto è quello che sta succedendo molto lentamente grazie alla Rete. Forza e coraggio.
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